Ogni persona sia rifugio per tante altre persone

 
 
Dice il filosofo Jaques Derrida che non si può non coltivare l'etica dell'ospitalità, perché «l'ospitalità è la cultura stessa e non è un'etica tra le altre». Il concetto, per certi versi paradossale, è stato ribadito a tutto tondo da don Pierluigi Di Piazza, del centro di accoglienza «Balducci» di Zugliano, e don Mario Vatta, della comunità «San Martino al Campo», che domenica 4 settembre nella casa alpina «Julius Kugy» a Valbruna/Ovčja vas, moderati dal giornalista Luciano Santin, si sono confrontati sul tema «Trovare rifugio in senso alpinistico e non».
I dizionari della lingua italiana alla voce «rifugio» attribuiscono molteplici significati. Il «Sabatini Coletti» mette al numero uno quello di «aiuto, difesa contro pericoli di natura materiale o spirituale». Seguono: «Luogo che offre protezione» (costruzione per alpinisti, rifugio antiaereo o antiatomico), «Luogo di ritrovo abituale» e «Persona, ambiente, attività a cui si ricorre per avere protezione o sollievo». Don Di Piazza li ha passati in rassegna tutti — partendo dal concetto classico di rifugio alpinistico: «punto di arrivo e di passaggio; sinonimo di cammino, fatica, sosta, ristoro e riposo; luogo di incontro, di conoscenza e di dialogo anche con chi si vede per la prima volta; costruzione in quella montagna che è già di per sé rifugio, innanzitutto interiore» — per affermare l'esigenza che ognuno nella vita «tenti di costituire rifugio per tante persone».
«Rifugio — ha proseguito — sono le comunità di accoglienza per chi è in difficoltà, i centri di recupero per chi è prigioniero delle sostanze stupefacenti, i club per alcolisti in trattamento, le comunità per i malati mentali, i centri di disintossicazione per i giocatori d'azzardo. Anche la fede e la preghiera sono rifugio. A patto che non diventino una nicchia personalistica, ma portino e riportino la persona nella società. Pure la Chiesa è rifugio quando ha le porte aperte, quando accoglie tutti senza distinzioni, remore e pregiudizi. Se Gesù è rifugio per le persone, noi a sua immagine dobbiamo essere rifugio per le persone».
Fondamentale è, quindi, come ha sottolineato Santin, «distinguere tra veri e falsi rifugi». Ma come discernere?
«Gesù è la persona che giustifica la nostra esistenza e rimedia alle nostre scelte sbagliate», ha risposto don Vatta, che ha elencato i falsi rifugi «perseguiti per alleviare la fatica del vivere»: alcol, droga, psicofarmaci, gioco d'azzardo. «Anche la sicurezza cercata nelle armi, nello stato poliziesco, nelle telecamere è un falso rifugio e genera solo paure e nemici. La vera sicurezza sta nell'accoglienza degli ultimi — i senzatetto e tutti gli emarginati da questo nostro mondo opulento — e degli immigrati che vedono un rifugio dalla fame e dalle sete nella nostra parte di mondo in cui si muore di troppo mangiare».
La Chiesa, secondo il fondatore della comunità di San Martino, deve tornare alla teologia del prossimo. «La religiosità — ha affermato — non sta nelle liturgie e nelle cerimonie, ma nell'umanità. Del resto, nel giudizio finale non ci sarà chiesto conto di quante volte siamo andati a messa o a fare la comunione, bensì di cosa abbiamo fatto per il prossimo. Il Vangelo lo predice senza giri di parole: avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto…».
Sull'accoglienza dei profughi si misura la nostra civiltà. E su essa si è incentrato il dibattito anche a Valbruna. È emerso che in Italia e in Europa il diritto d'asilo viene sempre meno rispettato provocando uno scoraggiamento, evidenziato anche dalla diminuzione delle richiesta d'asilo politico. Con gli accordi di Schengen l'Unione Europea apre le frontiere interne, ma chiude maggiormente quelle esterne. Il problema degli immigrati viene spesso fatto risolvere dalla polizia. O perfino dalla Protezione civile.
«Abbiamo sul territorio una decina di profughi africani, ma non abbiamo gli strumenti per inserirli nella comunità. Sono parcheggiati qui dallo Stato, senza alcuna certezza di futuro. Possiamo accoglierli solo passivamente. Non possiamo far fare loro niente», ha denunciato il sindaco di Malborghetto-Valbruna, Alessandro Oman.
«Il modo in cui vengono trattati questi profughi — ha concluso don Di Piazza, forte di un'approfondita conoscenza della situazione — va contro la dignità umana di queste persone. Sono considerati solo un problema e non c'è per loro alcun progetto di accoglienza. Noi cerchiamo di supplire, ma la situazione è insostenibile».

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