Mi è sembrato un coccodrillo_Zdel se mi je krokodril

A Cividale grande avvenimento nella mattinata dell’Epifania 2023, con la celebrazione della «Messa dello spadone», simbolo del potere temporale del Patriarca d’Aquileia Marquardo von Randeck insediatosi sul territorio nel lontano 1366. 200 figuranti in corteo lungo le vie cittadine richiamavano i fasti medioevali di tempi lontani. È passato in secondo piano quanto nel pomeriggio veniva celebrato nel teatro Ristori: il 59° «Dan emigranta», tradizionale incontro degli emigranti sloveni delle vallate di confine che si ritrovavano prima del rientro nostalgico nei lontani luoghi di lavoro sparsi per il mondo. Una festa di addio tra parenti, amici, conoscenti, in un contesto resofamigliare dalla comune appartenenza linguistica slovena.

Gli anni trascorsi da quel primo incontro li si vedeva proprio tutti ad osservare i volti dei presenti, la tematica delle performance culturali, i discorsi delle autorità, tutto l’insieme della manifestazione. Magari avessimo avuto, 59 anni fa, il brio, lo slancio, gli strumenti di cui disponiamo oggi, ad iniziare dal riconoscimento da parte dello Stato dei diritti delle nostre comunità linguistiche. Magari avessimo oggi quel potenziale numerico di sloveni di allora. La manifestazione sarebbe oggi meno negletta, perché il senso identitario avrebbe il reale significato di «grande famiglia».

Ma così non è stato e così non è, al di là delle affermazioni di prammatica nei discorsi dal pulpito. Nulla da dire, di passi avanti ce ne sono stati nelle organizzazioni, nella scuola bilingue, nella presenza di stampa e social. Ma la grande famiglia valligiana è dispersa, impoverita di forze vitali, non più capace di vivere e far rivivere il territorio ormai restituito nella sua quasi interezza alla natura.

Mi viene in mente il «Dan emigranta » del 1977 nelle parole pronunciate dal compianto arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, quando rappresentava il bisogno di rinascita, di recupero dell’identità etnica e linguistica. 

«La Chiesa è per la giustizia, la verità, la libertà dei popoli e delle culture contro ogni sfruttamento dell’uomo, contro ogni “discriminazione” razzista, culturale, linguistica, economica e sociale. Ha le braccia, il cuore aperti ad ogni persona e comunità nel rispetto e affetto a tutti i valori umani, storici, etnici che essa assume e trasfigura. (Ma ecco una richiesta precisa…) Alle Autorità statali e regionali diciamo: dateci una buona Legge sulla Ricostruzione e vedrete questo popolo in piedi, muoversi per la risurrezione di questa terra».

È lo stesso auspicio di ogni ricorrenza annuale dal primo «Dan»! Non so se Mons. Battisti si fosse riferito alla ricorrenza cividalese dello «Spadone » – quasi concomitante – quando ricordò nel suo intervento: «È stata una gloria dell’antica Chiesa madre di Aquileia stringere in profonda unità spirituale i popoli friulano, sloveno e tedesco; unità spirituale che rimane al di là, al di sopra dei confini e dei regimi politici».

Ovviamente il «Dan emigranta», per i social, è andato in serie negletta, mentre per la stampa slovena l’avvenimento potrebbe sembrare supercelebrativo, anzi, quasi un «coccodrillo» in considerazione alla situazione reale. «Queste valli sono al centro dell’Europa. Queste terre dalla bellezza arcana». «Siamo tutti una grande famiglia». «Una speciale premura della Slovenia», e via elencando promesse, progettualità, visioni di rinascite e recuperi. Sembra questo un canto ripetuto da 157 anni, da quando il «Giornale di Udine» ci promise una «particolare attenzione», quella di redimerci dal peccato originale della nostra slovenità.

Credo che il punto problematico sia stato evidenziato nel discorso del prof. Igor Jelen nel suo richiamo alla realtà fattuale: «Oggi parliamo tra l’altro di frammentazione sociale quale più significativa ragione dello spopolamento ». Per inciso, va ricordato che, anche riducendo i dati ai soli sette comuni delle Valli, nel 1921 esse contavano 17.640 residenti, ancora 16.195 nel 1951, mentre ora non arrivano a 5.000. «Quando si sgretola il modello sociale di una comunità, modello che significa solidarietà, aiuto reciproco, aspettativa di collaborazione, di spartizione, che concretamente significa l’aiuto reciproco tra vicini, tra connazionali, quando qualcuno ti aiuta in un lavoro, ti presta il trattore, ti aggiusta l’attrezzo rotto… tu possa contare sul consiglio di qualcuno, allora inizia il processo di disgregazione, di abbandono», ha evidenziato il prof. Jelen.

A guardare i dati demografici, economici, sociali, non si intravvede l’immagine attuale del territorio sloveno locale? Il prof. Jelen, tuttavia, considerando gli enormi cambiamenti in corso, proponendo una riflessione non sul cosa fare ma sul cosa «non» fare, suggerisce possibilità di riscatto, ma evitando errori, incomprensioni, scorrettezze, per non perpetuarli. Perché, in effetti, se le cose stanno come ora ci sono delle ragioni, delle responsabilità, sì della popolazione locale, ma soprattutto di coloro che ne hanno condizionato le sorti con le loro scelte, con le loro visioni politiche, con le volute omissioni nelle programmazioni regionali e statali. Un concreto aiuto non sarebbe altro che un doveroso risarcimento.

Personalmente non mi faccio illusioni nell’aspettativa del prossimo «Dan emigranta» in cui, forse, sentirò ancora parole di circostanza celebrativa, nel riassunto, sempre meno convincente, di valori, bellezze, rinascite, rivalutazioni e quant’altro. «Senza lalleri non si lallera», diceva un vecchio slogan pubblicitario. E la «grande famiglia» tra sloveni ancora un sogno nell’incerta identità di una comunità dispersa.

Cosa si fa per gli sloveni, per la maggioranza di coloro che vivono fuori dal proprio territorio d’origine? E per chi vuole restare nel proprio paese?

Riccardo Ruttar

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