
Allora, parliamo un po’ di Gorizia e di Nova Gorica, in questa epoca di grandi festeggiamenti per »GO2025« (Capitale europea della cultura 2025) che, sono sicuro, dureranno ancora a lungo, e che personalmente continuerò a celebrare.
Ma via via che ci avviciniamo alla fine dell’annata – così spettacolare, e che si preannuncia ancora più spettacolare – si comincia a pensare a qualche cosa, a che cosa resterà, a che cosa sarà di tutto questo.
Per una città che ha una storia millenaria il 2025 ha significato molto: una storia fatta di momenti di gloria ma anche di prolungate situazioni di stagnazione, che fanno sprofondare periodicamente tutta la provincia in situazioni di crisi, quasi cadesse in una sorta di trappola territoriale, tra confini, pensieri negativi, recriminazioni.
È successo spesso dopo periodi di crescita, fatto che oggi sembra ancora più preoccupante. Così in epoca di Riforma e Contro-Riforma, poi in vari periodi tra ‘700 e ‘800, ovviamente dopo la seconda guerra mondiale, quando è apparso improvvisamente il confine che oggi è quasi invisibile; e così a partire negli anni ’90, quando invece ci si sarebbe aspettati che la città assumesse un ruolo nello sviluppo di un’area trans-confinaria molto vasta, per fornire funzioni e servizi alle vicine repubbliche post jugoslave, impegnate nella transizione a un’economia di mercato (come è successo in altre città sul vecchio confine con il mondo socialista).
Comunque nel frattempo la città ha fatto in tempo a «raddoppiare», grazie alla fondazione della vicina Nova Gorica e a una crescita urbana nelle aree limitrofe, assumendo una forma geografica molto estesa, quasi tentacolare, che può sfruttare i vantaggi che un hinterland ricchissimo di qualsiasi risorsa offre.
Ne risulta un ambito urbano straordinario, composto da elementi diversi ma non contrapposti.
Tra un centro storico di grande interesse, edifici di pregio, ville e monasteri, tra le pianure e il mare, tra aree di clima e tradizioni diverse, con un territorio che si estende verso il Collio, il Carso, le valli alpine, che rappresentano altrettante opportunità – commerciali, turistiche, per un’economia di servizi, di infrastrutture ecc.
Ma qualche cosa non ha funzionato e la città continua a evidenziare segnali di decadenza, sia demografica che in qualsiasi senso, che fa pensare che abbiamo sbagliato qualcosa, che rende necessario pensare a quali possano essere dei rimedi. La candidatura di GO2025 – penso – emerge proprio in questo contesto, di volontà di rilancio, fatto che non può che avvenire in un contesto di collegamento tra le diverse «gorizie», che porta alla formazione – come certe ricerche sembrano dimostrare – di una vera e propria economia di confine. Un fatto abbastanza comprensibile: un’economia i cui artefici sarebbero quelli che conoscono e che praticano una cultura trans-confinaria, quindi una nuova generazione di (non necessariamente) «zamejci» dell’una e dell’altra parte, agevolati per la conoscenza delle lingue, ma anche perché abituati a lavorare oltre i confini (anche perché più spesso ne avevano in passato sopportato danni, chiusure e altre conseguenze).
Si tratterebbe oggi, in particolare, di giovani professionisti, diplomati e universitari, che hanno l’energia e la motivazione di integrarsi e di adattarsi alle diversità, di imparare insomma a frequentare entrambi i Paesi, capaci di famigliarizzare con le diversità visibili e invisibili, a trattare con entrambe le burocrazie, le istituzioni, le legislazioni. Infatti, come sappiamo bene noi «zamejci», il confine resta una discontinuità da molti punti di vista, a volte di tipo «trasversale», per cui le stesse leggi che arrivano da Bruxelles, da Roma o Lubiana, finiscono per essere interpretate e applicate in modo diverso… così come lo stesso atteggiamento delle burocrazie, degli investitori, delle istituzioni, delle aziende, che è diverso, e che deve essere in qualche modo gestito.
Un insieme di diversità negli atteggiamenti, nella stessa cultura sociale, che creano differenziali di crescita, come scrive qualche autore, fino a creare due città che sembrano muoversi a diverse velocità: si tratta di differenze «invisibili», che si accumulano e che inizialmente non vengono neppure percepite dalla popolazione locale, dall’una o dall’altra parte del confine.
Ma solo fino ad un certo punto. Infatti i differenziali prima o poi si manifestano in termini di costi di sistema, di oneri «impropri », di inefficienze, che spesso coincidono con la diffusione di posizioni di rendita. Così per differenze nei prezzi, nelle quotazioni degli immobili, nel carrello della spesa, in genere nel tenore di vita, nella qualità del welfare (organizzazione sanitaria, previdenza sociale, scuola e università, servizi pubblici), che rischiano di creare nel tempo delle tensioni, e di riportare la città a uno scenario «dualistico», di tipo «chiuso», con il confine che ricomincia a segnare una divisione, e a svolgere nello stesso tempo un ruolo di copertura e di alibi per i problemi che – dall’una o dall’altra parte – non sappiamo risolvere.
Uno scenario per cui si tende ad attribuire quei problemi, quelle carenze a qualcuno che allora diventerebbe il target di tutti i guai: uno scenario che rischia di riportare Gorizia indietro nel tempo, a una situazione che si credeva definitivamente superata.
* Traduzione e sintesi dell’intervento al convegno «Gorica in Nova Gorica: razvojne možnosti, medkulturne in urbane razvojne možnosti», tenutosi a Nova Gorica il 6 ottobre 2025
Igor Jelen








