L’organo fu costruito con una colletta tra gli abitanti e gli emigranti

 
 
Avranno luogo domenica 10 luglio, alle ore 10, nella chiesa parrocchiale di San Floriano, a Villanova/Zavarh, nelle valli del Torre, la santa messa e la solenne benedizione del restaurato organo costruito dall’organaro sloveno Kacin, che verranno officiate dall’arcivescovo emerito di Ljubljana, mons. Alojz Uran. Seguirà, alle ore 11, il concerto del maestro Dalibor Miklavčič.
Questo il programma con il quale la comunità della frazione di Lusevera, insieme ad autorevoli ospiti provenienti anche dalla vicina Slovenia, festeggerà il ripristino del prezioso strumento, costruito nel 1925 da Janez Kacin, di Gorizia, che ne fabbricò uno anche per le chiese di San Leonardo e di Osoppo. L’organo è ora stato restaurato dalla ditta F. Zanin di Codroipo.
Come si legge nel libretto, che verrà pubblicato per l’occasione e nel quale testi, documenti, testimonianze e fotografie ripercorrono la storia dell’organo e della comunità di Villanova negli anni Venti e Trenta e all’epoca del sisma del 1976, l’organo di Kacin, era stato commissionato nel settembre 1925 per un costo complessivo di 22.000 lire. Una cifra onerosa per l’epoca, che è stata racimolata facendo colletta tra il centinaio di abitanti di Villanova, gli emigranti all’estero, gli amici del paese, con il contributo del prefetto «della Provincia del Friuli, cav. Umberto Ricci, che diede 300 lire, del Circolo speleologico di Udine (136,70 lire) e chiedendo sussidio anche a S. M. la Regina».
L’organo Kacin venne inaugurato a Villanova domenica 9 maggio 1926, con la benedizione impartita da mons. Luigi Vidoni, rettore del Seminario. «Sedeva all’organo — si legge nel libretto — il maestro Raffaele Tomadini, dirigeva il sig. Vicario don Pio Collino: una messa imponente di cantori, fanciulli e uomini, riempiva l’orchestra… che cantò … con grande affiatamento ed espressione la messa “Te Deum Laudamus” del maestro Perosi». Per l’occasione il maestro Tomadini eseguì all’offertorio un «bellissimo canto composto in onore del martire S. Floreano, titolare della chiesa». Nel suo discorso mons. Vidoni rivolse parole di encomio per la popolazione «che così dimostra tutta la sua fede ed il suo amore per la Casa del Signore».
Il libretto, come sottolinea don Renzo Calligaro nell’introduzione, vuol essere un segno di ringraziamento verso «i nostri fratelli Sloveni» per la solidarietà manifestata 35 anni fa, dopo il terremoto, attraverso la costruzione di «case solide e funzionali, che ancora oggi fanno bella figura di sé».
Una solidarietà che «fece crollare i confini», che negli anni Venti e Trenta il fascismo aveva segnato attraverso quella che don Bellina definisce «una pagina nera e demente della nostra storia». Come tutta la Benecia, anche gli abitanti di Villanova furono costretti, infatti, a rinnegare se stessi ed a vendere la propria anima se volevano sopravvivere. Il regime fascista li costrinse «a pensare di non avere una storia, una lingua, una cultura, una patria, di essere senza radici, di non avere una terra né valori e di non valere niente». Lo sottolinea ulteriormente il vicario don Pio Collino, che nella nota scritta nel marzo del 1927 al termine del questionario per la visita pastorale, afferma «che la gente è stata condizionata ad una cultura che non è la sua ed è stata tagliata fuori da ogni rapporto con le sue radici naturali e con l’humus nel quale è da sempre vissuta e nel quale soltanto può sperare di vivere e crescere. Viene imposta un’altra lingua, un’altra prospettiva, un passato che non è il suo e un futuro che lo estinguerà per sempre». «Grazie a Dio — conclude don Calligaro — oggi molto di tutto questo è un brutto ricordo. C’è nell’aria una nuova speranza, un’inversione di tendenza, un tentativo di rivitalizzare queste nostre comunità che hanno tanto sofferto e questo nostro territorio che adesso vive in un contesto diverso».
Oggi, l’Italia «non è più quella del nazionalismo e del fascismo», è stato abbattuto il confine e «il nostro vicino è il nostro amico», come recita la Zdravljica, l’inno nazionale sloveno «ne vrag, le sosed bo mejak», si legge nell’introduzione al libretto, nel quale è stata pubblicata la testimonianza di Milena Kožuh, docente di slavistica e intellettuale slovena, che ricorda il suo primo approccio con la val Torre, visitata un anno prima del terremoto quand’era studentessa, preludio a nuovi e più duraturi contatti con la gente e la cultura del luogo.

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