Lo staretz Serafim: la grandezza della mistica non della cultura

 
 
L’effervescenza liturgica della Chiesa d’Oriente fa sì che ogni mese del calendario sia colmo di celebrazioni a cui la solenne ieraticità della stessa Chiesa orientale conferisce toni di particolare solennità.
Ecco che il cinque del mese di Luglio si ricorda la santificazione della principessa Elisabetta. Ancora il cinque è la memoria liturgica di San Atanasio, il fondatore del movimento cenobita del Monte Athos. Il sei sono invece ricordati i santi monaci del monastero di Radonež, mentre l’otto si venera la santa icona della Madonna di Kazan’, una delle più venerate nell’Oriente slavo. Il quindici è il giorno della memoria liturgica del principe Vladimir, pari agli Apostoli e di cui si è già detto in un’altra occasione.
Il diciannove del mese di Luglio ricorre la commemorazione di uno dei più grandi Santi della Chiesa slava d’Oriente, molto conosciuto e venerato anche in quella d’Occidente: San Serafino di Sarov, ricordato per aver voluto rendere i laici, i fedeli laici, partecipi della contemplazione monastica e del disprezzo del proprio corpo a favore invece di un percorso introspettivo di meditazione cristiana che conducesse alla acquisizione in sé dello Spirito Santo. Questa, secondo il monaco Serafino, era la quintessenza della vita cristiana. Null’altro poteva reggerne il confronto. Null’altro doveva assorbire pensieri, forze, stile di vita del vero cristiano.
Il suo insegnamento — per lo più consegnato nelle pagine dell’opera spirituale nota come Colloquio con Motovilov (1831) — inizia proprio con questo pensiero: trasmettere l’amore per lo Spirito Santo in modo da farne carne della propria carne, sangue del proprio sangue, in pratica il fine stesso della vita: «Era un giovedi. Il cielo era grigio e la terra coperta di neve: spessi fiocchi continuavano a turbinare nell’aria quando lo staretz Serafino iniziò a conversare con me in una radura vicina al suo piccolo eremitaggio di fronte al fiume Sarovka che scorreva ai piedi della collina. Mi fece sedere sul ceppo d’un albero da poco abbattuto mentre lui si rannicchiò di fronte a me. ‘Il Signore mi ha rivelato — disse il grande staretz — che dalla vostra infanzia avete sempre desiderato sapere quale sia il fine della vita cristiana. Per questo avete interrogato diverse persone alcune delle quali ricoprivano anche alte cariche ecclesiastiche. Devo dire che dall’età di dodici anni ero perseguitato da quest’idea e che, per questo, avevo rivolto tale domanda a parecchie personalità ecclesiastiche senza mai aver ricevuto una risposta soddisfacente. Ma nessuno — continuò lo staretz Serafino — vi ha mai detto niente di preciso. Vi hanno consigliato di andare in Chiesa, di pregare, di vivere secondo i comandamenti di Dio, di fare del bene. Tale, dissero, era lo scopo della vita cristiana. Quanto a me, miserabile Serafino, vi spiegherò in che consiste realmente questo fine. La preghiera, il digiuno, le veglie e le altre attività cristiane, per quanto possano parere buone, non costituiscono il fine della vita cristiana ma sono il mezzo attraverso il quale vi si può pervenire. Il vero fine della vita cristiana consiste nell’acquisire lo Spirito Santo».
Con Serafino di Sarov nasce dunque l’idea molto originale di un monachesimo nel mondo, non cenobitico dunque né monastico, ma di cui avrebbero potuto e dovuto far parte anche i laici, quei laici cioè a cui fossero stati forniti tutti i ‘mezzi per l’uso’ e che tali mezzi avessero accolto.
Nato a Kursk nel 1759, a diciannove anni faceva già parte della comunità monastica di Sarov, all’interno della quale divenne prima diacono e poi, a trentaquattro anni, monaco ottenendo tuttavia la dispensa di vivere non in comunità ma in condizione di estremo eremitaggio, in un bosco fuori dal monastero in sintonia con la natura creata da Dio e usufruendo di due dei mezzi sopra citati, la preghiera e il digiuno. Morì nel 1833.
«Questo rientrare dell'anima in se stessa è una croce sulla quale l'uomo deve stendersi con le sue passioni e i suoi desideri»: sono queste le verità fondamentali della vita cristiana quelle a cui San Serafino di Sarov si riferisce con il continuo esempio della sua vita, trascorsa per oltre settanta anni non nella consuetudine di un lavoro ascetico solamente esteriore — come purtroppo capita frequentemente di incontrare —, ma impegnata a trecentosessanta gradi nella trasmissione diretta e testimoniata della Rivelazione: «Chiunque ama se stesso non può amare Dio. Ama Dio solo chi, per amore verso Dio, non ama più se stesso. Chiunque ama Dio nella verità si considera come uno straniero, un pellegrino in questa terra, perché nella sua fretta di andare verso Dio, nella sua anima e nel suo spirito non vede null'altro all'infuori di Dio». L’amore verso Dio è dunque il sale della vita cristiana. Amare Dio vuol dire temere Dio, ma secondo il grande Santo della Chiesa slava d’Oriente «Ci sono due specie di timore: se non vuoi fare il male, temi il Signore e fuggi il male. Ma se vuoi fare il bene, temi il Signore e fa' il bene»: vi è una grande differenza tra i due. Il primo è infatti un timore-paura che sa di negativo; il secondo è un timore reverenziale che positivizza ogni atto umano.
«Col pretesto della cultura siamo giunti a tale tenebra di ignoranza»: alla fede non serve la cultura e nella semplicità dell’insegnamento di Serafino di Sarov è riassunta e compendiata gran parte della mistica dell’Oriente cristiano: l’unione con Dio non è più identificabile come un’estasi, uno stato passeggero di rapimento che distoglie per poco l’uomo dalla sua abituale terrenità, ma è invece identificabile con una incessante comunione con Dio. Cominciando già da questa terra, l’uomo che con l’aiuto della mistica riesce a trasfigurare la corporeità umana nella promessa della vita eterna, raggiunge il grado supremo della visione di Dio.
Anche se la mistica di Serafino di Sarov e di altri staretz santi dell’Oriente cristiano non ha gli stessi caratteri elaborati della mistica della Chiesa d’Occidente, né sembra conscia delle problematiche filosofiche della mistica speculativa tedesco-renana, ha tuttavia un fascino particolare, quello che ritroviamo negli scritti teologici dei primi Padri della Chiesa, dove la semplicità e la serenità delle grandi cose erano unite alla purezza delle altezze. Ciò che il mistico Serafino esige dall’anima — e dunque dall’uomo che con tale anima è indissolubilmente legato — è la semplicità della fede. In questa semplicità di fede e nell’umiltà pura della preghiera, la vita terrena diventa l’inizio della vita celeste: «Chi ama il mondo non può evitare di essere afflitto, ma colui che ha dispregiato il mondo è sempre nella gioia».

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