La mistica del silenzio di Serafim Sarovski

 
 
Si è altre volte detto della spiritualità della Chiesa slava d’Oriente come tangibile esemplificazione dell’intrinseco e connaturale bisogno di spiritualità dell’animo slavo. Non potrebbe essere altrimenti: la genetica delle popolazioni slave ha in loro affinato un qualcosa che, meglio che in altre, esprime il bisogno di meditazione. Anche religiosa. Non esiste poesia — dai classici ai moderni —, non esiste romanzo o racconto — dai classici ai moderni minimalisti siberia- ni — che non trabocchi di questo anelito a meditare sulle cose, anche spiritualmente.
È una spiritualità forte quella dei popoli slavi che neppure sessanta anni di ukaz forsennati contro ogni forma di religione ha potuto comprimere o reprimere. Tutto ciò diviene naturalmente espressione massima se coinvolge i Santi o anche, più semplicemente, i tanti staretz, i padri spirituali che hanno reso la Chiesa d’Oriente grande con la grandezza della loro fede, ancorché nascosta nella pochezza dell’essere umano. Serafim Sarovski, Serafino di Sarov, era appunto uno di essi, uno di quegli staretz dalle candide fluttuanti barbe che solo nell’Oriente cristiano si possono ammirare.
Eccone la riprova: «Che cosa sente?», mi chiese Padre Serafino. «Una quiete e una pace inesprimibili», risposi. «La gioia che sente è cosa da nulla in confronto a ciò che provano coloro di cui è detto che “Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano”(1Cor 2,9)». «Che prova ancora?». «Un indicibile calore», gli risposi. «Quale, amico mio? Siamo in un bosco in pieno inverno e tutt’intorno a noi c’è neve. Qual è questo calore che lei prova?». «Come se mi bagnassi in acqua calda — gli risposi — sento un profumo a me ignoto». «Lo so, lo so — mi disse —. Il profumo che lei sente è quello dello Spirito di Dio. Ed il calore di cui parla non è nell’aria, ma in noi. Riscaldati da esso, gli eremiti non temevano il freddo dell’inverno, poiché indossavano la veste della Grazia, che sostituiva quella materiale. Il Regno di Dio è nel nostro intimo e la condizione in cui ora ci troviamo ne è la prova. Ecco cosa significa essere pieni dello Spirito Santo» (Colloquio con Motovilov).
Serafino di Sarov, questo santo che non a caso compare nel grande mosaico-icona della cappella Redemptoris Mater fatta realizzare in Vaticano da papa Giovanni Paolo II, fu un grande testimone della luce dello Spirito in un’epoca — il diciottesimo secolo — pervasa da un’altra luce, quella dell’Illuminismo. A questa filosofia che sul piano religioso e nel mondo slavo avrebbe aperto le porte all’ateismo e alla conseguente nuova e dura persecuzione del Cristianesimo, Serafim cerca di porre un freno con l’esempio della sua vita affinché sia a tutti chiaro che la meditazione continua della Sacra Scrittura dà non solo la conoscenza della verità, ma anche la purezza dell’anima e la compunzione del cuore. Non serviva, a Serafim, parlare: serviva pregare. Incontrando qualcuno, Serafim non parlava, pregava: per l’altro e per sé.
Questa teologia mistica del silenzio, tuttavia, ha lasciato un segno maggiore che se fosse stata scritta: «Dio mio, Signore della mia vita, liberami dalle parole inutili». Questa frase, tratta da una preghiera penitenziale di sant’Efrem il Siro per il tempo di Quaresima, divenne il motto della vita contemplativa di Serafim: meditare contemplando è pregare. Pregare è mantenere il proprio spirito unito al cuore. Ciò vuol dire, secondo Serafim, poter usufruire anche sulla terra della benedizione di Dio: «Davanti a Dio, un giusto conta più di un gran numero di empi».
A tutto ciò, Serafim aggiungeva gli uffici divini e le mille prosternazioni quotidiane (metanìe): tutto ciò gli dava la possibilità di pregare senza posa unendo l’intelligenza al cuore. La mèta della vita cristiana è il conseguimento della grazia, che a sua volta caratterizza quella vita mistica che Serafim auspica ad ognuno per riuscire a trovare la grazia dello Spirito Santo, la grazia paradisiaca perduta da Adamo. Essere nello Spirito Santo, secondo Serafim Sarovski, è partecipare della trasfigurazione di Cristo insieme a lui, è possedere la gioia divina: «Quando lo Spirito Santo scende nell’uomo e lo illumina con la pienezza della sua ispirazione, allora l’anima umana si riempie di gioia ineffabile, perché lo Spirito divino letifica tutto ciò che tocca». Tuttavia «solo il bene operato nel nome di Cristo ci assicura il possesso dello Spirito divino, mentre quanto si fa senza operare nel suo nome, non ci apporterà alcun beneficio nella vita futura né ci assicurerà in questa la grazia divina». Le parole dell’umile staretz sono forti, ma la strada tracciata prima di lui dai grandi monaci esicasti della Chiesa slava d’Oriente non consente deviazioni. La non salvezza percorre infatti «strade che sembrano rette all’inizio, ma al loro termine conducono all’inferno».
Nulla va tenuto per sé, tutto va condiviso: «Distribuite i doni della grazia a coloro che ne hanno bisogno, alla maniera di una candela di cera che dà luce lei stessa ed accende altresì le altre candele per illuminare gli altri luoghi senza per questo perdere nulla del proprio splendore».
«L’amore per Dio e per il prossimo prepara ogni uomo alla sua salvezza».
Concludo con un concetto tipicamente orientale, un’antica dottrina del tutto dimenticata dalla Chiesa d’Occidente, quella relativa alla grazia divina che non può andare perduta: «La grazia dello Spirito Santo nonostante i peccati, nonostante le tenebre che avvolgono l'anima, riluce nel cuore come l'antica, divina inestinguibile fiamma dei meriti di Cristo». La luce infatti otterrà sempre misericordia anche per il peccatore e lo rivestirà «con le vesti dell'eternità».

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