Il rapporto privilegiato con Dio di profeti e monaci

 
 
Diversamente da quanto accade nella Chiesa d’Occidente, dove i profeti hanno il loro posto all’interno del Lezionario, la Chiesa slava d’Oriente ricorda queste figure in giorni specifici con memorie a loro dedicate. È il caso appunto del mese di dicembre: Nahum è ricordato il primo giorno del mese, Habbakuk il 2 dicembre, Sofonia il 3, la profetessa Anna il 9, Aggeo il 16 e il profeta Daniele il giorno successivo, il 17. Nulla avviene per caso nella Chiesa bizantina: così, prima del lungo periodo della pre-festa per il giorno del Natale di Gesù, la lunga sequenza di celebrazioni dedicate ai profeti ‘apre’ e suggella l’attività terrena del Figlio di Dio.
Profeta è una strana parola. Usualmente indica chi prevede il futuro, ma può anche indicare chi parla al posto di un altro; in questo senso, il profeta sarà allora un araldo, un interprete. Nell’accezione ecclesiale del termine, profeta indica entrambe le cose: è dunque colui che si rivolge ad altri parlando su volere di Dio, ma è anche chi anticipa verità che dovranno ancora venire.
Nella Chiesa slava d’Oriente il profetismo è strettamente connesso con quell’aspetto che forse meglio di ogni altro caratterizza il cristianesimo orientale, diversificando la Chiesa d’Oriente da quella latina di Occidente: il monachesimo e la spiritualità ad esso connessa. Frequentemente, in questi incontri, si è posto l’accento sul fatto che la spiritualità non sia unicamente legata — nel mondo slavo — alla professione monastica, anche se logicamente questa costituisce la via preferenziale per avvicinarsi ad essa. La spiritualità dimora nella stessa anima slava, nel modo di pensare, negli atteggiamenti personali, nella sensibilità innata, nella ricerca anche inconscia di misticismo e dei valori della fede, nell’identificare i monaci o chiunque viva una vita monastica come punto di riferimento della propria vita di battezzato. È attraverso la spiritualità che il fedele slavo evolve da individuo a iniziato nei misteri della fede attraverso un percorso teologico che non è solo dato dalla teologia dei libri e che non si insegna nelle aule dei seminari, ma è invece di natura reale, esistenziale; quella stessa realtà che si ritrova nelle vite di chi — profeta o monaco — dedica la propria esistenza al misticismo e alla fede. Non vi è nulla di magico o di romanzesco in queste vite. Al contrario, analizzate e viste sotto una certa angolatura, sono vite che un moderno e superficiale giudizio indicherebbe come piatte, monotone in quanto focalizzate, polarizzate su un solo scopo, la fede in Dio. Non sono vite tese al raggiungimento di traguardi personali o al conseguimento di titoli ed onori, ma nel realismo e nella verità di una vita profetica — nel senso che parla agli altri — e monastica sono vite che hanno scelto di avere un rapporto privilegiato con Dio.
Ho spesso cercato di fare capire come nella Chiesa d’Oriente non sia obbligatoria una scelta di vita eremitica per raggiungere livelli altissimi di misticismo e di spiritualità: anzi, nonostante la vita eremitica sia nata proprio in Oriente, possiamo dire che i migliori esempi di spiritualità e di vita profetica si hanno tra coloro che hanno scelto di vivere tra la gente.
Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Orientale Lumen dice chiaramente che in Oriente, il monachesimo — in senso lato — non è mai stato visto come un qualcosa di separato, specifico di una determinata categoria di cristiani, ma è piuttosto il punto di riferimento di tutti i battezzati che vogliono pregare col cuore e perfezionarsi nell’unione con Dio raggiungendola attraverso l’esercizio della preghiera. La scelta di un modo di vita appropriato (solitudine, ritiro, quiete = hesychia esteriore) e la ricerca di una disposizione abituale dell’anima (= hesychia interiore) sono le chiavi per avere l’accesso a questo diverso tipo di vita e molto spesso queste chiavi si trovano proprio negli scritti dei profeti: di coloro che anticipano verità future e che parlano per volontà di Dio.

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