A Rodda creò un vivaio dal quale i contadini prendevano gli innesti dei peschi. I suoi scritti pubblicati su «Pagine Friulane». Scoprì il Manoscritto di Cergneu. Il Duomo di Milano realizzato a traforo.

Ivan Trinko era un grande estimatore di don Pietro Podrecca e lo riteneva il modello del prete chiamato a operare in Benecia. Nel centesimo anniversario della su nascita (1822-1922) scrisse: «Di una speciale memoria è meritevole Peter Podreka, sacerdote benemerito sotto tutti i punti di vista, cappellano tra la gente semplice. […] Egli è stato il primo a scrivere nello sloveno letterario e ha composto numerose poesie slovene […]. Era un’anima slovena pura e sincera e diffondeva, ovunque poteva, la coscienza nazionale. Fu lui a indirizzare sulla retta via l’autore di queste righe, quando era ancora un giovane studente» (1923: 120). Trinko, nato nel 1863, non conobbe Podrecca nella natia Tercimonte poiché già nel 1857 il gospod kaplan si era trasferito a San Pietro. Certamente lo incontrò successivamente e lesse le sue poesie cogliendone il messaggio profondo e l’anelito di radicarsi nella propria identità, anche attraverso la riappropriazione e l’affinamento della lingua slovena locale.
Nel già citato articolo sul Ljubljanski zvon, Trinko scrive che non c’era bisogno di ripetere quanto Podrecca «si fosse preso molta cura del benessere spirituale dei suoi fedeli […]; ma devo ricordare che si adoperò anche per il loro benessere materiale. Istruiva il popolo nelle cose che sapeva e poteva fare; incoraggiava in particolare la frutticoltura e la viticoltura con l’insegnamento e con l’esempio» (1890: 283).

Vediamo allora in che modo Podrecca promosse la frutticoltura a Rodda. Ce lo descrive Domenico Dorigo nell’articolo La frutticoltura nel mandamento di Cividale e il vivaio di fruttiferi di S. Pietro al Natisone pubblicato nel Bullettino dell’Associazione Agraria Friulana (1 febbraio 1909, pp. 11-20). Dorigo ricorda che «con felicissima intuizione» don Pietro «Circa una trentina d’anni sono, nel sagrato della Chiesa di Rodda fece scavare parecchie fosse, nelle quali piantò alcune varietà di fruttiferi prese da vivaisti italiani. Tale lavoro, accolto dall’indifferenza dei paesani, cominciò ad interessare i più intelligenti, quando le piante, diventate mature, principiarono a portare qualche bel frutto. Il sagrato della Chiesa era il luogo più opportuno per le discussioni e per gli apprezzamenti sul merito delle differenti varietà, e in brevi anni tutti gli agricoltori si affrettarono, nella primavera, a togliere dalle piante del sagrato quelle marze che ritenevano più adatte per migliori frutti e ad innestarle sui selvatici presi nei boschi. Ora Rodda, si può dire, che è tutto un frutteto e vi si coltivano frutta di sceltissime varietà, le quali vengono ricercate sul posto da commercianti forestieri e rappresentano la principale risorsa per quegli alpigiani.
Ho voluto ricordare l’opera di don Pietro Podrecca per dimostrare quanto efficace e benefica possa riuscire l’attività dei sacerdoti in favore delle popolazioni agricole e per additarne l’esempio ai più volenterosi ed intelligenti. Altri paesi della Slavia si misero sulla strada seguita dagli alpigiani di Rodda, là dove le favorevoli esposizioni di terreno permettevano di sperare in una buona riuscita dei fruttiferi. Vernassino, Stregna, Tarcetta, per tacere di altri paesi, si sono dati coraggiosamente all’impianto di fruttiferi». L’autore dell’articolo annota che le pesche coltivate a Rodda erano prevalentemente «della varietà settembrina Golden Eagle».
Podrecca è stato dunque il pioniere e l’artefice della frutticoltura nelle Valli del Natisone che ha rappresentato un forte elemento della loro economia se pensiamo che all’inizio del secolo scorso, come rileva il citato articolo, di sole pesche se ne producevano 1400 quintali (800 di Golden Eagle e 600 di altre varietà).
Don Pietro Podrecca non rimase chiuso nel ristretto orizzonte culturale delle sue Valli. Instaurò solidi rapporti di amicizia e di collaborazione non solo con gli Sloveni della Valle dell’Isonzo, ma anche con i Friulani dei quali padroneggiava la lingua anche in forma scritta. Lo testimonia la sua collaborazione con il mensile Pagine Friulane, edito a Udine dalla Società filologica friulana, che già nel primo numero (29 gennaio 1888, p. 11) pubblicò una flabe in friulano dal titolo Su comàri, – su, che us jùdi!, nella quale si legge di un prete di montagna, il quale, chiamato più e più volte ad assistere spiritualmente una vecchietta molto malata, spossato dalle faticose salite per raggiungere la sua casa, la aiutò in modo molto spiccio a liberarsi definitivamente dei suoi mali… Sulla stessa rivista Podrecca pubblicò altri scritti: Il merlot scandalôs (n. 4, 6 maggio 1888, pp. 63-64),
La Veche Republiche di Vignesie e i Slâs del distrett di San Pieri (n. 7, 25 agosto 1889) e, infine, La donna stizzosa ha la testa del diavolo (n. 10, 24 novembre 1889), traduzione in italiano di una leggenda slovena dal titolo Baba ima zluodjovo glavo, già pubblicata nel volume di Giuseppe Manzini La pellagra e i forni rurali per prevenirla (Udine 1887, pp. 169170).
Sullo stesso numero troviamo il necrologio di don Pietro Podrecca, deceduto l’8 novembre 1889, nel quale, tra l’altro, si legge: «fu ottimo sacerdote, che nella villa di Rodda, ov’egli per molti anni funzionò quale cappellano, era da quei buoni villici amato quale padre. Dall’Associazione Agraria Friulana meritò un diploma di benemerenza per i progressi mercè l’esempio e il suggerimento di lui raggiunti in quel Comune dalla frutticoltura. Le ore libere dagli esercizi e doveri della sua missione dedicava allo studio e al lavoro; e ci si dice ch’egli avesse raccolto vari documenti – e taluni anche importanti – sulla storia delle popolazioni slave in Friuli. Taluno dovrebbe interessarsi per verificare il fatto e provvedere acché dispersi non vadano quei documenti». Tra i documenti raccolti da don Pietro Podrecca rientra senz’altro il Manoscritto di Cergneu / Černjejski rokopis della fine del XV secolo che contiene la registrazione di donazioni fatte alla locale Confraternita di Santa Maria Maddalena. Delle 102 annotazioni, 52 sono in lingua slovena. Dopo la morte di don Pietro il manoscritto, importante testimonianza per la storia della lingua slovena, passò nelle mani dell’avv. Carlo Podrecca (l’autore di Slavia Italiana) che a sua volta lo donò al Museo di Cividale nel 1903 (cfr. Spinozzi Monai 1994: 69).
A completamento di questo profilo biografico di don Pietro Podrecca devo senz’altro ricordare anche un suo hobby che tanta attenzione suscitò tra i suoi contemporanei da meritarsi un trafiletto sul quotidiano La Patria del Friuli (20 ottobre 1886, p. 2). «Da diversi giorni – vi si legge – abbiamo in paese un’esposizione di oggetti di traforo, in una stanza del sig. Andrea Miani, gentilmente concessa, trattandosi che l’incasso è devoluto a scopo di beneficenza. Oltre una quarantina sono gli oggetti esposti, che per l’esattezza e qualità, soddisfano il visitatore. Un lavoro poi che merita l’appellativo di ardito è il Duomo di Milano: per le proporzioni e per l’esecuzione precisa non può essere migliore. È in legno d’acero. Guglie, statuette, scalinate – è tutto perfetto: bisogna essere conoscitore dell’arte del traforo per giudicarlo come si conviene; ed è perciò che chi viene a S. Pietro non mancherà certo di visitare questi bei lavori. E chi ne è l’esecutore? Don Pietro Podrecca, degnissimo cappellano di Rodda, il quale nelle ore d’ozio, seppe esercitarsi da sé solo in quest’arte; e tanti sono i lavori da lui fatti, che superano il centinaio». (6– continua)
Giorgio Banchig









