C’era una volta una principessa che riaffermò il valore della fede…

 
 
Nel mondo slavo le favole hanno sempre avuto un fascino speciale: il particolare tipo di cultura o forse la genetica stessa delle popolazioni hanno contribuito al successo che questo genere di creatività popolare ha indubbiamente avuto. Un proverbio russo dice che «la fiaba è racconto, il poema è storia». Nulla di più vero. L’essenza della fiaba sta proprio in questo: raccontare, con un’estetica sua tutta particolare, situazioni o avvenimenti o storie che possono aprire mondi morali ed insegnare modi di comportamento. Anche il carattere ‘fiabesco’ che le anima non è mai pura ‘invenzione’ come sembra invece volere una stereotipata e superficiale etichetta: al contrario, è sempre una visione della realtà vista attraverso una lente che ne sfuma o ne sfuoca i contorni senza però mai annullarli del tutto: chi legge deve capire il legame che esiste tra reale e iper-reale. Se le b’lin’ russe — l’epos storico — esprimono le qualità eroiche di un popolo, quello cioè che si vede tangibilmente attraverso i suoi eroi e le gesta di questi eroi, le fiabe costituiscono ciò che non si vede ma si intuisce: è il profilo della ‘slavità’ quello che emerge, gli ideali dell’uomo slavo nella sua vita quotidiana, la ricerca della verità, le sue lotte contro il male in tutti i suoi aspetti. I personaggi sono spesso di altissime qualità morali e la forza e il coraggio non derivano dai muscoli.
Afanaseev ha reso immortali le fiabe degli slavi, Bilybyn ne ha accresciuto la fruibilità disegnandole e colorandole con tratti e colori oltre il tempo, in modo da radicarle negli starina, i ‘tempi andati’, pur proiettandole nell’oggi. Skazka, la parola russa per ‘fiaba’, deriva dal verbo kazat’, ‘raccontare’: dunque è un racconto. Ma etimologicamente si riallaccia all’antico persiano akasat, ‘vedere’: dunque serve anche a far vedere qualcosa. Risalendo nell’etimo, si scopre che questo verbo deriva a sua volta da una delle più antiche parole indoeuropee, caste, ‘vedere’ ma anche ‘brillare, sfolgorare’: dunque racchiude anche le sfumature morali che spesso hanno le azioni umane ‘raccontate’ dalle fiabe.
È questo il contesto in cui iniziare il racconto di «C’era una volta una principessa…»: la moralità del loro esempio potrebbe riempire infatti più di una favola, ma fu la loro vita ad essere essa stessa la favola da raccontare. E infatti ancora oggi la si racconta.
«C’era una volta una principessa» che cercò di combattere l’eresia, di riaffermare il valore della fede, di approfondire la conoscenza della Sacra Scrittura e della teologia, di agire su governanti e re facendone emergere le qualità migliori, di dedicarsi ad opere di carità, di abbandonare le vanità di questo mondo per garantirsi uno sguardo d’insieme più ampio, a trecentosessanta gradi, per il quale la correzione non era data dalle lenti ma dalla mistica.
Gli esempi nel mondo slavo giunsero da Bisanzio e dall’alta sensibilità bizantina nei confronti della fede: Sant’Elena, madre di Costantino, ‘eguale agli Apostoli’ per la Chiesa slava d’Oriente; Santa Olimpiade, vedova diciottenne del prefetto di Costantinopoli, ordinata diacono in virtù delle sue infinite opere di carità; Santa Feofania, moglie dell’imperatore Leo, che dedicò la sua vita a uno stretto ascetismo e alla carità verso i poveri; Santa Alessandra e Santa Eupraxya che scelsero di vivere una vita di preghiera da monache eremite, dopo aver lasciato i loro beni ai poveri.
L’elenco è lunghissimo: quelle citate arrivano fino al IV secolo; dopo di loro ve ne sono tantissime altre: Santa Anastasia, Santa Mara, Santa Anfusa, Santa Matrona, Santa Feoktista e altre ancora. Una così nutrita lista di sante non poteva non influenzare la sensibilità religiosa delle slave ed ecco che Ol’ga fu la prima principessa slava ad essere battezzata ed anche la prima ad essere canonizzata con il titolo ‘eguale agli Apostoli’.
Dopo di lei fu la volta di un’altra principessa ad avere l’onore degli altari: Anna, figlia del re Olaf di Svezia e moglie del principe di Novgorod Yaroslav il saggio, morta in odore di santità nel 1050 e canonizzata poco dopo per le sue alte qualità morali. Un’altra Anna, a cavallo tra l’XI e il XII secolo, fu la prima principessa a scegliere la via del monachesimo intervenendo nella sua riforma attraverso un codice di regole. Nel XII secolo fiorirono esempi altissimi di vita ascetica, uno dei quali proviene da Santa Efrosynia di Polotsk (al secolo Predslava), figlia del principe Georgij: divenuta monaca giovanissima, visse anni di clausura nel convento di S. Sofia dedicandosi al lavoro di amanuense e dando ai poveri quanto riceveva. Le qualità morali e la capacità di trasformare una vita non facile come quella di clausura in un esempio di gioia, la resero adatta a fondare a sua volta un monastero femminile che resse per quaranta anni.
Ben presto chiostri, conventi e palazzi furono ridotti a cumuli di macerie dalle invasioni dei tartari: una Cronaca dell’epoca — la Lavrentyevsky del 1237 — riferisce che «i morti furono impilati gli uni sugli altri e non ci fu chi potesse piangerli. Dal tempo del Battesimo non vi fu un siffatto abisso di male». Il vescovo Serapione di Vladimir ha immagini che riescono ancora a fare vibrare gli animi di chi legge: «I nostri campi sono stati ricoperti da erba gramigna; la nostra grandezza umiliata; la bellezza e la forza del nostro popolo ci è stata strappata; del nostro lavoro beneficiano altri».
I pesanti tributi imposti dai conquistatori, l’assenza della classe dirigente, la quasi clandestinità della Chiesa portarono le popolazioni ad uno sbando morale oltre che sociale ma un’altra favola stava tuttavia per iniziare: nonostante le Chiese distrutte, il clero ucciso o disperso, i principi e i loro eserciti annientati, la spiritualià slava non fu intaccata, al pari della energia vitale. La fede in Cristo e il ricordo delle glorie passate seppero fare rialzare la testa. Possenti canti epici di riscossa vennero composti per l’occasione: il ‘Lamento del paese per le invasioni tartare’ è uno di questi e l’immagine del paese-madre che piange sulla morte dei suoi figli è uno degli elementi forti di questa nuova favola: «Lo stesso paese piange lacrime amare, come una madre che piange i suoi figli. O figli! Perché dovete trovarvi al cospetto di Dio vostro Creatore, tra le gramaglie dei vostri cuori?».
In questo frangente, il ruolo delle principesse fu certamente condizionato dalle circostanze, ma esse vollero condividere in pieno la sorte del loro popolo, piangendo come donne normali mariti e figli, pregando per le sorti di tutti, vivendo quotidianamente e nella pratica la fede di Cristo, pronte a portare la Croce come martiri innocenti e senza possibilità di difesa di fronte alla crudeltà tartara: questo fu il vestito con cui si rivestì la santità in quel periodo. Comportamenti di questo tipo dimostrano la saldezza della fede di queste donne, la loro costante disponibilità a spendersi per coloro che avevano meno, pur avendo in molti casi perso esse stesse tutti i loro beni nell’abbandonare le loro residenze.
Nelle epoche future, molte delle loro tombe furono venerate nelle Chiese; delle loro virtù e della pietà che le contraddistinse fu scritto nelle Cronache: Santa Evfrosynia di Suzdal, Santa Vasilisa di Novgorod, Santa Iulyania di Vyazma, Santa Anna di Kashin non sono solo nomi ma opere morali. I titoli di appartenenza alla più alta fascia della nobiltà furono minimizzati dalla umiltà dei comportamenti e dalla grandezza delle qualità morali. Anche quando restavano semplici mogli e madri, le loro vite furono esemplari divenendo simboli riconosciuti di un ideale amore coniugale, di verità e di purezza da travalicare i confini della vita stessa.
È il caso di Santa Fevronya di Murom, moglie del principe Piotr, il cui esempio di amore coniugale divenne talmente popolare da essere ricordato in oltre 150 manoscritti e proprio per queste sue qualità la Chiesa slava d’Oriente la canonizzò nel 1549. Queste fiabe sono scritte con l’inchiostro della vita ma, in alcuni casi, alcune immagini restano quelle delle favole: senza però stonare, in punta di piedi. Fevronya di Murom non nacque principessa, ma povera pastorella. Il principe Piotr la sposò dopo che lei lo ebbe curato da una grave malattia: il matrimonio naturalmente non piacque ai boiari di corte che costrinsero la principessa-proletaria a lasciare la corte, «ma con tutti i suoi tesori». Lei accondiscese e se ne andò portando il suo unico tesoro, il marito. Dopo molti anni di felice matrimonio, entrambi i coniugi decisero di ritirarsi in monastero e prendere i voti, lui con il nome di David, lei con quello di Evfrosynia. Sentendosi vicino alla morte il monaco Piotr-David scrisse alla monaca Fevronya-Evfrosynia: «Sorella, sto per morire ma vorrei aspettarti». Inserita in questa delicatissima favola c’è anche la risposta di lei: «Aspetta ancora un po’, mio signore, finchè non abbia finito questo ricamo per la Chiesa». Vissero insieme, morirono insieme.
Molte delle principesse Sante seppero vivere modelli di bellezza spirituale elevatissimi, trasformando i dolori della vita in momenti di fede e di assoluto abbandono a Dio. Sant’Anna di Kashin, canonizzata nel 1650, ebbe parole che potrebbero trasformare in favola qualunque altra esistenza: «Lavora per Dio, con tutto il tuo cuore»; «Non considerare un peso restare in silenzio, parla solo con Dio attraverso la preghiera». Tornando alle favole, molte di quelle di allora avevano inizio non con «c’era una volta una principessa» bensì con «c’era una volta la fede».

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