
Sono trascorsi ormai 32 anni da quando le Nazioni Unite hanno istituito il World Water Day – Giornata Mondiale dell’Acqua; da poco abbiamo celebrato l’annuale ricorrenza, il 22 di marzo. «Water for Peace – Acqua per la pace» il tema di fondo.
Se guardiamo la scena del mondo ci possiamo rendere conto quanto questa risorsa sia non solo di vitale importanza per la vita sul pianeta, ma sia anche un elemento dirompente in quanto essa può essere fonte e garanzia di pace, ma anche motivo scatenante di conflitti e di immani tragedie. Che 2,2 miliardi di persone siano ancora privi di acqua potabile, mentre la scienza e la tecnologia la cercano su Marte, è solo una delle tante manifestazioni delle contraddizioni umane.
Quello dell’acqua dolce e della sua scarsità omancanza sta divenendo un problema serio anche da noi ed ancor più preoccupa il fenomeno sempre più frequente della furia devastatrice delle precipitazioni violente. È sull’approvvigionamento e l’utilizzo dell’acqua piovana che vorrei dire la mia prendendo lo spunto da un recente articolo letto su «il Venerdì» a firma di Giuliano Aluffi. Vi leggo: «Un comune italiano su dieci dispensa incentivi, ma la raccolta dell’acqua piovana non decolla. Eppure ci sarebbe un freno alla siccità e alla crisi idrica»; e riporta dati interessanti.
L’acqua non manca, dicono le statistiche; ce lamanda il Padreterno e spesso, come di recentesul territorio italiano, con un’abbondanza dirompente. La media italiana si aggira sui 1.000 millimetri (10 hl) di pioggia per ogni metro quadrato lungo l’anno, ma di certo non in modo uniforme; infatti mentre sul Friuli si calcolano 2.000 mm al mq in Sicilia si scende a 400 mm.
Poca o tanta che sia, comunque, per effetto del cambiamento climatico spesso l’acqua si concentra in diluvi localizzati e da lì scorre verso il mare per torrenti e fiumi, lasciando i segni del suo violento passaggio. Non sarebbe sensato ed auspicabile poter approfittare dell’abbondanza creando quante più riserve possibile quando ce n’è per averne all’occorrenza?
Tra l’altro per bagnare i fiori, l’orto e il giardino, per lavare l’auto o magari la biancheria, per lo sciacquone del wc, per gli usi più disparati delle industrie non serve la potabilità e, nel caso, non mancano metodi e mezzi per rendere l’acqua piovana adatta per gli usi domestici. Qualcosa si muove in tal senso se la stessa ONU ne inserisce la raccolta ed il riuso tra i mezzi per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile che si presenta comeineluttabile. Non bastano di certo eventuali incentivi fiscali o economici che qualche amministrazione comunale propone; a mio parere sarebbero da studiare precise norme, specie per le nuove costruzioni, tali che prevedano opportuni serbatoi di recupero delleprecipitazioni. Sempre più crescono le dimensioni delle città, tanto che in prospettiva più di tre quarti dell’umanità vi si troverà concentrata verso la metà di questo secolo. Se penso che in Italia il consumo medio giornaliero di acqua pro capite è calcolato di oltre 200 litri, si può immaginare come andranno le cose sapendo anche che la quantità e la qualità delle precipitazioni, specie quelle nevose, si stanno riducendo e si stanno sciogliendo i ghiacciai.
I fenomeni macroscopici come l’inquinamento globale, l’aggressione incontrollata alla natura, lo sfruttamento intensivo delle risorse sono ben conosciuti ma ciascuno di noi, sentendosi impotente o semplicemente per incoscienza prende difficilmente iniziative efficaci e vive il quotidiano sperando che a lui la disgrazia non capiti. Per quanto mi riguarda, già ai tempi in cui venivano realizzati gli allacciamenti ai grandi acquedotti per rifornire di acqua potabile i paesi delle valli del Natisone, eliminando di fatto quanto già veniva fornito dalle sorgenti locali, ne commentavo l’inopportunità comespreco perenne di una risorsa locale sebbeneinsufficiente al crescente fabbisogno. Una volta in molti paesi, come in quello dove sono nato,esistevano pozzi di riserva di acqua non potabile, ma ben fruibile se non altro in caso di incendi e per usi diversi in tempi in cui molti tetti erano ancora di paglia. Oggi, se all’atto della ristrutturazione delle case si fosse provveduto a delle cisterne per la raccolta delle acque piovane e predisposto un uso razionale delle riserve il problema idrico complessivo sarebbe meno rischioso. Personalmente già oltre 30 anni fa nei lavori di costruzione dell’abitazione feci interrare una capace cisterna avendo io orto e giardino. Anche in tempi di perdurante siccità non ho dovuto certamente ricorrere all’acquedotto comunale, anzi, ho potuto fornire acqua anche ai confinanti.
Nella finanziaria della Regione Fiuli Venezia Giulia risulta la previsione di una dotazione di 2 milioni di euro da erogare ai privati e alle imprese per la realizzazione di impianti di raccolta e riutilizzo dell’acqua piovana per irrigare giardini, aree verdi o per usi non potabili con dei «bonus» fino a 5 mila euro per le persone fisiche e 10 mila per le imprese. Un provvedimento, questo, che a mio avviso arriva comunque tardi ed è poco pubblicizzato, sebbene costituisca una misura che in un prossimo futuro diventerà indispensabile, se non altro per poter garantire a tutti almeno quella potabile. D’altronde, prima o poi ci si renderà conto che ben altri e più impegnativi provvedimenti saranno necessari sulla difficile strada del riequilibrio della natura che ci fornisce i mezzi per vivere.








