Se la frammentazione diventa valore

 
 
Mi era sembrato straordinario incontrare a Pulfero un padre gesuita di Trieste, sebbene conoscessi la carenza di sacerdoti e la inevitabile chiusura delle parrocchie valligiane. Mi chiedevo cosa poteva esserci di tanto importante da noi, da attirare sui nostri monti un intellettuale del calibro di padre Mario Vit, che oggi, tra l’altro, dirige ed orienta le scelte del Centro culturale Veritas di Trieste, recentemente (2009) riconosciuto “di interesse regionale” dalla Regione Friuli Venezia Giulia.
A lui, quale attento osservatore, studioso, sociologo, ho voluto proporre alcuni temi di riflessione, anche per poter concludere questo ciclo che il Dom dedica da oltre un quinquennio ai paesi delle valli. Così gli ho inviato un’e-mail più o meno di questo tono: «Forse ha potuto seguire almeno in parte le tappe che ho percorso per le strade di Pulfero, sul Dom, negli ultimi 15 mesi, dove ho cercato di descrivere i paesi e cogliere in ognuno qualche sprazzo di memoria storica attraverso lunghi colloqui con la gente del luogo. Lei ha percorso per molto più tempo quelle stesse strade. Di sicuro ha una montagna di ricordi, di contatti, di emozioni, di aneddoti… che ha potuto accumulare nei 33 anni di frequentazione appassionata della gente, dei luoghi, dell’”aria” di quei paesi e ne ha colto le caratteristiche positive e negative…». Gli ho chiesto, in pratica, di darmi una mano per concludere in bellezza. La mia posta elettronica era partita alle ore 0,25 di martedì ed alle ore 9,40 ricevevo una pagina che, per gli spunti che offre, con un minimo di approfondimento, diverrebbe un trattato.
Tra l’altro mi ha scritto: «Sono arrivato a Brischis il 31 ottobre 1977 con un confratello, p. Carlo Sandroni. Sono stato parroco a Rodda per un anno. Sono grato a Gino Manzini di avermi insegnato ad accendere la stufa (era anche il mio “ammonitore” per le prediche lunghe) e a sua sorella Vittoria per avermi insegnato a fare da mangiare; alla vicina di casa Carmela, che mi passava le uova e a suo fratello Davide che mi intratteneva in improbabili lezioni astronomiche.
Dopo il periodo passato a Gemona — la “capitale” del terremoto — sono sempre ritornato nelle Valli, bisognoso di respirare quell’aria e quell’atmosfera, di stare tra la gente, di ascoltarla, di servirla religiosamente d’intesa con i preti della zona e culturalmente con gli operatori culturali delle Valli. Ho sempre condiviso con i miei amici il mio amore per le Valli e diffuso a livello nazionale la cultura e il patrimonio religioso del territorio». Gino, Vittoria, Carmela, Davide, citati con affetto e riconoscenza, non sono che figure emblematiche del rapporto di padre Mario con la gente del posto, ma rappresentano plasticamente il legame profondo che lo lega alla gente ed ai luoghi. Alcuni suoi “parrocchiani” sostengono che egli abbia espresso il desiderio di essere sepolto nel cimitero di Sant’Andrea, ma, prima che giunga quel giorno sono in molti a chiedere all’amministrazione comunale un gesto simbolico che suggelli questo attaccamento reciproco con il conferimento della cittadinanza onoraria a questo uomo che non ha certo fatto sfoggio della sua scienza, ma ha saputo mostrare la paternità del suo ruolo di sacerdote e pastore. Credo che tutti i lettori di questo giornale concordino con entusiasmo con questa proposta.
Quanto sia puntuale e lucida l’analisi della realtà pulferese che padre Mario ha esperimentato nei tre decenni di frequentazioni lo si desume dagli appunti che mi ha inviato. Credo che la cosa migliore che io possa fare sia proprio quella di riportarli tali e quali, così come egli stesso li ha stilati e come tali proporli alla riflessione dei lettori, senza rischiare di annegarne la pregnanza in parole ed interpretazioni estemporanee.
«Due fenomeni decisivi:
– lo spopolamento, accelerato dall’evento sismico del ‘76
– la caduta del confine nel 2007
Gli esiti ambivalenti:
* negativi
¥ la perdita del patrimonio umano e della custodia del territorio
¥ mancata progettualità e attuazione di politiche di valorizzazione alternativadel territorio
¥ il patrimonio abitativo abbandonato e/o sottoutilizzato
¥ l’accanimento delle posizioni contrapposte sui temi della lingua e della (pseudo) identità culturale
* positivi:
¥ il miglioramento degli standard di vita e di abitazione
¥ la diffusione del patrimonio culturale in Europa e nel mondo: la reciproca contaminazione (Guziranje)
¥ la riscoperta della propria storia e delle proprie tradizioni
¥ la valorizzazione del ruolo della donna: domestico, ecclesiale e lavorativo: nuovo protagonismo, (questo il senso della presenza delle suore: cura dell’universo fragile, la testimonianza celibataria)
¥ l’autonomia dalle prestazioni (anche ecclesiali) maschiliste, un ruolo protagonista
¥ il gusto della socialità
¥ la ricchezza del limite: la riscoperta della bellezza del piccolo e del naturale
¥ il confine come opportunità e non come divisione
¥ il miglioramento della viabilità come veicolo di integrazione (superamento dell’isolamento)
La frammentazione degli insediamenti come metafora della frammentazione sociale: gli aspetti interessanti:
– la riscoperta del “fai da te”
– i rapporti primari e non virtuali
– l’identità del luogo
– il gusto della festa
– la condizione pendolare (in uscita e in entrata)
– la valorizzazione dell’accoglienza-ospitalità

¥ La valorizzazione del patrimonio abitativo svincolato dalle strettoie burocratiche, come integrazione culturale
¥ La valorizzazione del patrimonio culturale originario (fotografico, oggettuale, librario …) e non scimmiottato, di importazione consumistica
¥ La valorizzazione della qualità della vita e non del suo prolungamento (accanimento demografico e insediativo): la centralità della proposta formativa e ludica rispetto a quella aggregativa rituale e retorica
¥ L’accompagnamento delle comunità secondo intelligenza e umanità a preferenza degli atteggiamenti maschilisti, muscolosi e rumorosi.
¥ La centralità del ruolo degli operatori di base: preti, funzionari pubblici, operatori dei servizi commerciali …
¥ Promozione della “leggerezza”, con gli occhi lucidi sul presente e il cuore caldo sul futuro, senza il ripiegamento nostalgico e rancoroso del custode di vuoti sepolcri passati (passatismo)».

Sembrerebbe il sommario di un libro da scrivere, l’indicazione dettagliata da parte del relatore allo studente in procinto di preparare la tesi di laurea. No, non mi pare il caso di aggiungere altro, se non rilevare la capacità di padre Mario di trarre del buono, del positivo, laddove io stesso non vedo che negativo; di suggerire spunti di ottimismo e di speranza quando tutti i parametri socioeconomici, demografici e culturali, conducono a sensazioni di segno opposto.

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