Naša avtonomija temelji na jezikih_L’autonomia si fonda sulle lingue

Nell’attuale Giunta regionale la delega alle minoranze linguistiche è passata, assieme a quella per i corregionali all’estero, dall’assessorato alla Cultura a quello delle Autonomie locali. L’assessore Pierpaolo Roberti, intervistato dal Dom, sottolinea che la scelta del presidente, Massimiliano Fedriga, non è casuale.

Assessore, perché?

«Perché le politiche per le lingue minoritarie passano inevitabilmente attraverso i Comuni. Ma direi di più…».

Dica pure.

«Le lingue minoritarie sono un aspetto non soltanto di tipo culturale. Anzi. Sono il fondamento della nostra Regione. Non possiamo prescindere dalla valorizzazione delle lingue minoritarie presenti sul territorio perché siamo Regione a statuto speciale in quanto abbiamo il tedesco, lo sloveno e il friulano. Non possiamo permetterci di sottovalutare questo aspetto, che non è soltanto il traduttore in Consiglio regionale, il cartello bilingue… Ma è l’animo stesso della nostra regione. Quindi non possiamo dire che quelle per le lingue siano spese superflue, che magari possono essere tagliate, perché c’è altro di più importante da fare. Nel momento in cui facciamo passare il concetto che è superfluo sostenere il tedesco, piuttosto che lo sloveno o il friulano, viene meno la nostra specificità; non siamo più Friuli Venezia Giulia e siamo esattamente come le altre Regioni. E a quel punto perdiamo anche tutti i vantaggi che ci possono arrivare dall’essere Regione a statuto speciale».

Nello specifico, come intende muoversi nei confronti della comunità di lingua slovena?

«Ho già avuto una riunione con la Commissione regionale consultiva per la minoranza linguistica slovena, con la quale, per adesso, siamo perfettamente in linea. Ora prevedo una conoscenza diretta sul territorio anche perché ci sono, all’interno della comunità, realtà completamente diverse. Io arrivo da un territorio (Trieste, ndr) nel quale la minoranza slovena è qualcosa di diverso rispetto ad altri territori del Friuli Venezia Giulia, che magari hanno avuto modo di conservare meno la lingua».

In provincia di Udine una delle questioni fondamentali è l’insegnamento dello sloveno nelle aree non servite dalla scuola bilingue di San Pietro al Natisone.

«Stiamo portando avanti un serio ragionamento con l’assessore all’Istruzione, Alessia Rosolen, sul dimensionamento scolastico e sulle reali capacità che possiamo offrire, ma anche sulla richiesta che arriva dal territorio. La verità è che, purtroppo, il sistema dell’istruzione è in crisi non solo per quanto riguarda lo sloveno. È in crisi in generale. Prima dell’attivazione di nuovi corsi è necessario capire se una scuola ha futuro o se ha i giorni contati per motivi demografici. Ovviamente vorrei che la tendenza negativa venisse invertita e la Giunta regionale lavorerà per questo».

Lingue e Comuni vanno a braccetto, ha affermato. Anche per questo c’è chi ha proposto che i Comuni che aderiscono al cluster transfrontaliero diventino la nuova Uti. Che ne pensa?

«Non entro nel merito. Prima di compiere passi voglio prendermi un periodo di ascolto del territorio. Dal singolo Comune all’Anci. Anche l’associazione dei sindaci emeriti mi ha offerto collaborazione e io l’ho accettata. Voglio prendermi questo periodo di tempo per valutare bene tutti gli aspetti. Il Friuli Venezia Giulia è un territorio complessissimo, con un grande numero di piccoli e piccolissimi Comuni e quasi metà della superficie occupata da territorio montano, senza dimenticare le minoranze linguistiche. Una delle pecche della precedente elaborazione della riforma degli enti locali, con l’introduzione delle Uti, è stata proprio quella di non tenere conto delle identità dei territori. È vero solo in parte che la battaglia contro le Uti sia stata condotta dal centrodestra, perché non erano favorevoli anche sindaci che si riconoscono in altre opzioni politiche. La Slovenska skupnost è sempre stata critica proprio per la questione dell’identità e della tutela della lingua slovena. Evidentemente di questo non si è tenuto conto e nella prossima riforma degli enti locali bisognerà porgli particolare attenzione».

Lei presenterà un suo progetto?

«Ho già la mia idea di riforma, ma la tengo chiusa nel cassettino. Prima voglio ascoltare il territorio. Non mi interessa fare una riforma con il timbro “Pierpaolo Roberti” e poi vedermela bocciata tra cinque anni, quando arriveranno i prossimi. Il mio obiettivo è dare un po’ di stabilità agli enti locali in Friuli Venezia Giulia. 20, 15 e anche 10 anni fa i Comuni avevano soldi e personale, oggi non li hanno più. Abbiamo visto tante riforme, ma farne fallire un’altra significherebbe mettere definitivamente in ginocchio i Comuni».

«Sostengo il cluster transfrontaliero perché nasce dal territorio»

Intervistato dal Dom, l’assessore regionale alle Autonomie locali, Pierpaolo Roberti, conferma il forte appoggio politico e istituzionale all’iniziativa del cluster transfrontaliero.

«A prescindere dalle questioni che riguardano determinati territori, che possono essere compresi negli ambiti delle varie minoranze linguistiche in Friuli Venezia Giulia, noi dobbiamo lasciare mani libere ai sindaci, quindi ai territori, di potersi organizzare come meglio credono per poter garantire i servizi migliori ai cittadini – spiega –. In questo caso stiamo parlando di un gruppo di sindaci, oltretutto con il valore aggiunto di essere riusciti a coinvolgere anche i colleghi della vicina Slovenia, per portare avanti delle problematiche che loro sentono comuni. E in questo c’è il nostro appoggio. Dove c’è la forza, la massa critica, e lo si fa non perché c’è un’imposizione dall’alto, ma perché il singolo sindaco decide di lavorare insieme su dei progetti comuni, dev’esserci l’appoggio dell’istituzione regionale».

Quale può essere il sostegno concreto al cluster transfrontaliero?

«Al coordinatore sul versante italiano, il sindaco di Taipana, Alan Cecutti, ho fatto degli esempi di come la Regione può essere utile e supportare l’iniziativa. Se questi Comuni individuano una particolare problematica, che coinvolge tutti, possiamo pensare a delle progettualità. Se sono dirette verso la Regione possiamo affrontarle con nostre risorse. Fossero, invece, dei progetti da presentare ai bandi europei, noi possiamo offrire un supporto di tipo amministrativo a queste amministrazioni, perché vengano presentati nel modo più opportuno ».

L’iniziativa del cluster è nata in risposta alla disastrosa condizione demografica, in particolar modo sul versante italiano.

«È una zona particolarmente depressa da ambo i lati del confine. I piccoli Comuni hanno perso la stragrande maggioranza degli abitanti negli ultimi quarant’anni e rischiano di essere completamente abbandonati. Il fatto che le amministrazioni sentano l’esigenza di mettere un freno al calo demografico è sicuramente qualcosa di significativo e che loro stessi insieme individuino gli strumenti per raggiungere lo scopo è altrettanto positivo. È ovvio che, se il territorio non vuole subire un forte spopolamento, deve dare opportunità di lavoro e di tipo economico a chi ci rimane. E questo si offre con progetti che non riguardino il piccolo Comune, ma tutta un’area, tutto un territorio».

Ad esempio?

«Banalizzo. Se un giorno mi venissero a dire che una strada di collegamento tra i Comuni dei due versanti è vitale, perché riuscirebbe a convogliare su quei territori un determinato flusso turistico o riuscirebbe a portare condizioni di crescita con l’insediamento di nuove attività produttive e quindi valorizzerebbe quel territorio e consentirebbe di creare nuova occupazione, la presenteremmo non più come singolo Comune, ma come area e la sosterremmo anche con bandi europei».

I sindaci vogliono puntare sul turismo, anche perché nell’alta valle dell’Isonzo quel comparto sta volando e contribuisce in maniera significativa ad arginare lo spopolamento.

«Certamente il turismo è un aspetto che va sicuramente cavalcato, per la presenza di vari elementi attrattivi che possono essere valorizzati in particolar modo. Se c’è la volontà dei sindaci di mettersi insieme per lavorare insieme, evidentemente il guadagno c’è per tutti. Dalla parte slovena si è fatto molto, ma penso che anche loro si rendano conto che lavorare con i Comuni del versante italiano possa essere un vantaggio».

In che modo?

«Tutti hanno bisogno di un’area più vasta. Oggettivamente il confine non esiste più, se non sulla carta. E i problemi che ha Caporetto sono gli stessi che probabilmente ha Taipana. Perché sono Comuni simili, vicini, con un ambiente praticamente identico. Se non ci fosse quella linea tratteggiata solo sulle carte geografiche, non si riconoscerebbe più qual è il Comune sloveno e quale quello italiano».

Confine sicuro non significa confine chiuso

Foto LaPresse – Marco Dal Maso

Pierpaolo Roberti è anche assessore alla sicurezza in una Giunta che ha tra i suoi impegni più forti un maggiore controllo dei confini.

Questo potrebbe avere delle ricadute negative sulla collaborazione transfrontaliera?

«Assolutamente no. C’è stata, c’è e ci sarà una fortissima collaborazione con la Slovenia. Il tema dell’immigrazione è particolarmente sentito in Italia nell’ultimo periodo, perché abbiamo avuto un’ondata migratoria enorme, soprattutto per quanto riguarda gli arrivi dal Canale di Sicilia. Ora che lì sono praticamente terminati, l’unica via d’accesso all’Europa del Nord rimane quella che passa per i Balcani e attraversa inevitabilmente la Slovenia, poi arriva in Italia. È vantaggio di tutti andare a controllare le fasce confinarie. C’è un ottimo rapporto di collaborazione con la Slovenia e la polizia slovena da parte delle nostre forze dell’ordine e mi auguro che si possa lavorare un po’ com’è stato fatto con la polizia austriaca tramite i pattugliamenti congiunti. Quindi avere la polizia slovena in territorio italiano e la polizia italiana in territorio sloveno. L’obiettivo non è fermare il flusso migratorio sul confine tra Caporetto e Resia o tra Trieste e Capodistria, ma di fermare il flusso migratorio ai confini dell’Europa. Queste persone non devono entrare. Perché una volta che sono entrate diventano un problema dello Stato in cui risiedono in quel momento, fino a quando magari non decidono di andare da un’altra parte. Noi dobbiamo fermare quel flusso alla radice. È chiaro che bisogna iniziare a tappe. Finora c’è stato totale lassismo da questo punto di vista. È una situazione assolutamente ingestibile, ma non c’è il desiderio di far ricadere semplicemente sugli altri il problema. Bisogna risolverlo».

Il fatto che il nuovo Governo della Slovenia abbia un orientamento diametralmente diverso da quello regionale e quello italiano creerà difficoltà?

«Non penso proprio. Continueremo a lavorare esattamente come abbiamo lavorato finora. Credo che ci sarà un’ottima collaborazione come c’è sempre stata, perché possono cambiare i colori politici, ma confinanti rimaniamo comunque e problematiche comuni le avremo sempre. La nascita del nuovo Governo sloveno porta dei vantaggi perché finalmente abbiamo un interlocutore politico oltre che amministrativo». (Ezio Gosgnach)

Jezikovne manjšine »so temelj naše avtonome dežele, zato ne smemo prezreti jezikov, ki se uporabljajo v Furlaniji Julijski krajini. Poseben statut imamo, ker pri nas obstajajo furlanščina, slovenščina in nemščina. Ne gre zgolj za simultano prevajanje v Deželnem svetu ali za dvojezične table. Gre za bistvo naše dežele. Ne smemo si dovoliti nižanja finančnih sredstev za zaščito naših jezikov, češ da so odveč in je treba podpreti bolj pomembne stvari. Ko se uveljavi pojem, da je podpora nemškemu, slovenskemu ali furlanskemu jeziku odvečna, smo izgubili pravico do posebne avtonomije. Nismo več Furlanija Julijska krajina, temveč navadna dežela in izgubimo vse prednosti, ki nam jih prinaša status avtonomne dežele.« Tako je poudaril deželni odbornik za lokalno samaupravo in varnost Pierpaolo Roberti, ki ima tudi referat za jezikovne manjšine.

V obširnem intervjuju za Dom je Roberti ponovno izrazil močno politično in inštitucionalno podporo čezmejnemu grozdu (clusterju), ki ga ustanavlja 26 občin obmejnega pasu videnske pokrajine in Posočja, ker je pobuda nastala od samih županov, ki v takšni povezavi vidijo priložnost, da bi dali učinkovitejše odgovore potrebam ljudi na obeh straneh meje in zajezili praznjenje svojih vasi.

Po odborniku čezmejnega sodelovanja ne bo nikakor ogrozil zaostren nadzor državne meje, da bi preprečili prehod migrantov, ker je sodelovanje med slovensko policijo in italijanskimi silami javnega reda odlično. »Moja želja je, da pride do mešanih patrulj mejnih policistov, kakor že obstajajo z Avstrijo,« je dejal. Obenem ne vidi nobene težave v tem, da ima nova slovenska vlada popolnoma drugačno barvo deželne in italijanske vlade. »Dobro bomo sodelovali kot do zdaj, ker smo sosedje in moramo reševati skupne probleme,« je prepričan.

Glede nadgradnje reforme lokalne samouprave, Roberti meni, da je nujno spoštovanje identitete vsakega posameznega območja. Zakon po katerim so bile ustanovljene medobčinske unije tega ni storil, zato je reforma propadla. On ima že jasen načrt, a bo najprej preveril, ali je v skladu z željami županov in drugih lokalnih upraviteljev. Zato bo prav gotovo prišel v poštev tudi predlog, da bi nastala unija občin, ki so pristopile k čezmejnemu grozdu.

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