In un contesto segnato dalle tensioni geopolitiche e dalla forte volatilità dei prezzi dei carburanti, molte compagnie petrolifere hanno annunciato l’introduzione di un price cap su benzina e gasolio, accogliendo l’invito del governo italiano. La misura, ha l’obiettivo di offrire un beneficio concreto agli automobilisti e contribuire a contenere l’impatto dell’aumento dei prezzi alla pompa.
È vero, lo sappiamo ma non sempre ricordiamo: il carburante prelevato oggi al distributore è stato estratto molti mesi prima. Se non anni. Sappiamo che è stato raffinato e trasportato da tempo per essere stoccato in depositi e che è stato pagato in grande anticipo spesso prima dell’estrazione. Il litro di super che entra oggi nel serbatoio dell’auto è venuto alla luce quando lo scontro nello stretto di Hormuz non c’era. Non si avvertiva quella tensione quotidiana che trascina verso l’alto il prezzo della materia prima prodotta in altri continenti. Così come il petrolio che verrà distribuito nei prossimi mesi e anni viene acquistato in queste ore con il prezzo all’origine che risente della guerra nell’area. Ci fosse l’auspicata tregua o la cessazione del conflitto il prezzo alla fonte e al dettaglio scenderebbe sotto i livelli attuali. Un rischio per le grandi compagnie petrolifere? Un problema loro? Non più di tanto perché il peso scende a valle e la tensione si scarica sulle economie. Tutto costa di più e l’inflazione rialza la testa.
Quello del petrolio e anche del gas è un mercato planetario con delle tecnicalità molto complesse. Il prezzo risente di tante variabili incontrollabili per il consumatore. Quantità estratte e quindi le scelte dei grandi Paesi detentori del greggio, l’estrazione, il costo del trasporto, la capacità di raffinazione, la quantità delle scorte, le politiche di commercializzazione all’ingrosso e al dettaglio. Tensioni militari e anche effetti climatici. È un mercato dove si compra a termine: ad esempio una raffineria acquista il diritto a ricevere un determinato volume di petrolio a una determinata scadenza così come una rete distributiva o una compagnia aerea compra il diritto a ricevere un determinato quantitativo di materia finita per le proprie prevedibili esigenze. Sono contratti con consegna a sei mesi o a un anno, prevalentemente in dollari e con base di misura in barili (ognuno contiene 159 litri). E ci sono i contratti futuri (futures), da molti decenni, sono una garanzia di prodotto base a un prezzo definito. Col tempo sono diventati uno strumento finanziario prima di copertura (esempio: i consumi dell’economia della mia area d’interesse potrebbero aumentare e quindi mi compro un contratto sui mercati finanziari che mi garantisce una consegna, se sarà necessario) e poi di speculazione tra chi li compra per poi rivenderli perché prevede tensioni o maggiori consumi. Sono contratti quotati in Borse dedicate e quindi tutti possono vedere i punti di equilibrio tra domanda e offerta. Ad esempio il contratto di riferimento sul petrolio Brent, il 29 settembre 2025, veniva valutato 67 dollari al barile e viaggia sopra e sotto i 100 un anno dopo. Quei prezzi finiscono per influenzare le attese e i nuovi contratti fisici.
Le compagnie petrolifere possono proteggere i loro margini riducendo o ampliando le riserve nei depositi. Laddove non ci sono vincoli strategici vendendo scorte a basso costo e ricaricando quando il greggio è conveniente. Ma oltre un certo limite non si può andare per non creare penuria ai clienti e quindi le compagnie ricaricano i depositi ai prezzi di guerra e scaricano sulle imprese e sui cittadini un prezzo di sostituzione (cui si aggiungono accise varie come in Italia) che è quello che vediamo esposto lungo le strade e che paghiamo. Per questo facciamo il pieno di prodotto vecchio pagandolo ai prezzi di guerra del nuovo. Subiamo una volatilità dei prezzi del carburante che si propaga a tutti i prodotti e servizi che hanno alla base il fossile liquido non rinnovabile. Le guerre hanno accentuato le dipendenze esistenti.
Paolo Zucca (www.agensir.it)
Zaradi geopolitičnih napetosti in nestanovitnih cen goriv so številne črpalke napovedale uvedbo višje dovoljene cene (price cap) za bencin in dizelsko gorivo.
Gorivo, ki ga danes kupujemo na bencinskih servisih, je bilo pogosto pridobljeno, predelano in kupljeno že pred več meseci ali celo leti. Kljub temu se njegova prodajna cena spreminja glede na trenutne razmere na svetovnem trgu. Na ceno nafte in plina vplivajo številni dejavniki, kot so obseg proizvodnje, stroški prevoza, zaloge, povpraševanje in vojaški spopadi. Pomembno vlogo imajo tudi terminske pogodbe, s katerimi podjetja vnaprej določijo ceno in količino prodanega goriva, hkrati pa se z njimi trguje tudi zaradi pričakovanih sprememb cen.
Naftna podjetja lahko nihanje cen delno obvladujejo tako, da prilagajajo količino goriva v svojih zalogah. Ko se cene zvišajo, pa morajo zaloge sčasoma dopolniti po novih, višjih cenah, ki vključujejo tudi posledice vojn. Te stroške nato prenesejo na podjetja in potrošnike, ki tako gorivo plačujejo po trenutnih tržnih cenah, čeprav je bilo kupljeno že prej. Dražja energija posledično zvišuje cene drugih izdelkov in storitev ter spodbuja inflacijo, vojne pa še dodatno poglabljajo odvisnost gospodarstva od fosilnih goriv.
Prevod in povzetek: D. D.






