La lezione di Pahor sul «mondo a rovescio»

 
 
In Spagna le autorità centrali che non vogliono riconoscere lo status di «nazione» ai catalani. In Italia i vari livelli di governo che non mettono in pratica la Costituzione e le leggi di tutela delle minoranze storiche. In Slavia alcuni ambienti politici che continuano a cavalcare l'equivoco «cittadinanza-nazionalità» per negare agli sloveni i diritti naturali e civili. È lo schema della famosa favola del lupo e dell'agnello che, come al tempo di Fedro, si ripete tuttoggi. Con i veri nazionalisti che accusano di disegni nazionalistici coloro che amano e difendono la propria identità etnica e linguistica.
Contro questo «mondo a rovescio», come lo ha definito, ha puntato il dito lo scrittore Boris Pahor nella giornata di chiusura della diciasettesima «Stazione di Topolò/Postaja Topolove», domenica 18 luglio. Lo ha fatto con il suo stile pacato e gli argomenti della ragione e del buon senso, catturando per un'ora e mezza l'attenzione del folto pubblico con la lezione sul tema «Tra coscienza nazionale e nazionalismi», prima di assistere all'esecuzione di «V niču in v nebu», composizione per otto strumenti e voce, composto in suo onore da Dario Šavron.
Il professore triestino, candidato al premio Nobel per la letteratura, ha elogiato gli sloveni della provincia di Udine che sono riusciti a conservare la propria lingua nonostante il pesante processo di assimilazione a quella italiana. «Tanto di cappello», ha detto, per poi indicare a modello due valligiani che sono riusciti a coniugare in maniera corretta ed efficace la cittadinanza italiana con la propria identità culturale slovena.
Carlo Podrecca, di San Pietro al Natisone, avvocato, fu valoroso combattente del Risorgimento italiano con i garibaldini, fino a ricevere la spada di tenente a Milazzo dalle mani di Nino Bixio; nello stesso tempo scriveva che nella Slavia è necessario il bilinguismo, cioè la conoscenza perfetta di entrambe le parlate. Per questo indicava l'insegnamento nelle scuole locali di italiano e sloveno nella loro forma letteraria. «Purtroppo l'Italia ha fatto esattamente il contrario», ha commentato Pahor, ricordando il famigerato piano descritto dal Giornale di Udine: «Questi slavi dobbiamo eliminarli… Adopereremo la lingua e la coltura di una civiltà prevalente quale è l'italiana per italianizzare gli slavi d'Italia».
Mons. Ivan Trinko, di Tercimonte, fu docente di filosofia nel seminario di Udine, traduttore in italiano dei classici russi, fondatore del Partito popolare friulano e consigliere provinciale di Udine; ciò non gli impedì di conquistarsi un posto di tutto rilievo nella letteratura slovena e di formare schiere di sacerdoti e laici cattolici della Slavia nella fedeltà alla lingua slovena.
«Anche oggi — ha affermato Pahor — per essere cittadini italiani non è necessario rinunciare alla propria identità slovena». Anche perché «l'identità dell'Europa è data dall'identità dei popoli che la compongono. Imponendo al continente un'unica lingua, come l'inglese o l'esperanto (ma il ragionamento vale pure per il monolinguismo dei singoli stati) l'Europa si trasforma in una brodaglia indefinita, senza alcun sapore. È inutile parlare di nuova Europa se non ci si prende cura delle minoranze».
Secondo lo scrittore, «per fortuna» i padri costituenti della Repubblica «hanno preso coscienza del male che il fascismo ha fatto ai cittadini che parlano lingue diverse dall'italiano» e ora lo Stato riconosce per legge dodici comunità etnico-linguistiche, ma «il Governo deve darsi da fare di più per la loro tutela. Ha fatto bene Giorgio Napolitano — ha sottolineato — a recarsi al “Narodni dom” a Trieste, assieme ai presidenti di Slovenia e Croazia, nel novantesimo del suo incendio da parte dei nazionalisti italiani. Ma non ci si può fermare a questo omaggio, pur molto importante dal punto di vista simbolico. Bisogna insegnare nelle scuole cosa l'Italia ha fatto gli sloveni. Così gli studenti potranno capire anche quanto è successo dopo. La tragedia delle foibe e dell’esodo non è piovuta dal cielo».
Corretta è, allora, secondo Pahor la scelta dell'approccio «personalista» anche per dirimere il dilemma coscienza nazionale/nazionalismo. Il personalismo — corrente di pensiero iniziata dal filosofo francese Emmanuel Mounier — pone, infatti, la centralità della persona come valore assoluto in contrasto e in alternativa sia all'individualismo che al totalitarismo. «È stato un grave errore dei comunisti quello di sostenere che il passaggio dalla coscienza nazionale al nazionalismo è inevitabile. Non è vero — ha affermato lo scrittore —. La coscienza nazionale porta ad allargare i confini dei propri interessi da quelli personali e familiari a quelli della comunità. Ciò ha effetti benefici perché l'egoismo sparisce e ci si prende cura della comunità. La coscienza nazionale, inoltre, ci difende dallo Stato, in quanto ci permette di essere cittadini e non sudditi».
In definitiva, «anche dopo l'internazionalismo comunista e nell'attuale situazione di globalizzazione, la coscienza nazionale resta un valore fondamentale».

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