31 Luglio 2020 / 31. julij 2020

Kljub vsemu so še naprej Slovenci
Nonostante tutto sono ancora sloveni

Trent’anni fa uscì su iniziativa della Unione Emigranti Sloveni del Friuli Venezia Giulia il libro dal titolo emblematico: «La comunità senza nome – La Slavia alle soglie del 2000» (R. Ruttar – F. Clavora).

Vi si può leggere un excursus storico della Slavia, ma soprattutto una esplicita denuncia documentata della sua programmata marginalizzazione, della sua condanna al sottosviluppo ed all’emigrazione massiva. Una puntigliosa analisi demografica a partire dai tempi dell’annessione della Slavia al nascente Regno d’Italia (1866) fino al 1990, dimostra coi numeri quanto questa particolare comunità minoritaria fosse negletta per la sua lingua, per la sua cultura, per le sue tradizioni slovene. Tuttavia in oltre 130 anni dall’annessione al Regno la comunità slovena mostrava ancora segni evidenti che non era stata del tutto debellata la sua resistenza all’omologazione ed alla italianizzazione forzata, sebbene avesse lasciato un segno profondo quel perfido meccanismo che oggi potremmo definire come «mobbing di Stato», coscientemente, pervicacemente organizzato e condotto dalle sue istituzioni.

Non c’è bisogno di grandi competenze sociologiche per interpretare i dati, i numeri che raccoglie e pubblica l’Istituto di stato-Istat. Estrapolando i dati più omogenei relativi ai sette comuni delle Valli del Natisone, – ma dati facilmente estensibili per analogia a tutta la fascia confinaria slovena della provincia di Udine – scopriamo che già 250 anni fa (1766) le famose Banche di Antro e Merso amministravano 9.645 abitanti delle convalli. Circa 100 anni dopo, al primo censimento del Regno d’Italia (1871) la Slavia d’allora ne contava 14.051 e nell’immediato primo dopoguerra (1921) si raggiunse l’apice di 17.640 residenti. Nonostante tutti i misfatti politici, complice l’autarchia fascista, dopo la seconda guerra, nel 1951 i residenti si contavano in 16.195 unità. Oggi quella stessa Slavia registra la propria débacle mostrando l’ecatombe subita assommando nelle anagrafi a malapena 5.000 residenti. Chi dovrebbe vergognarsi e battersi il petto, riparare al sacrificio di una tale portata sociale? Siamo colpa da soli? Colpiti da infertilità epidemica?

La risposta è molto semplice, lapalissiana: i giovani in grado di continuare la stirpe han fatto fagotto e sono andati, come si dice da noi «s trebuhan za kruhan – con la pancia dietro al pane». Perché? Il benpensante afferma ancora: “No, l’Italia non è xenofoba. Ce l’ha scritto anche nella costituzione che «Tutela con apposite norme le minoranze linguistiche»”. Gli sloveni sono una minoranza? Parrebbe di no; almeno fino al 1999 quando finalmente la nostra comunità valligiana venne riconosciuta per la prima volta come tale da una legge dello Stato. Intendiamoci, la Slavia non ha smesso di fare figli, non è stata decimata da pesti ed epidemie falcidianti… ha dovuto cercare sbocchi che la terra natia negava loro. La «terra natia» si fa per dire. Quella terra che un tempo ne nutriva 17 mila avrebbe potuto farlo con mezzi adeguati ben oltre i pochi rimasti. Le cause sono anche troppo palesi, ma… non bisogna dirlo. In politica il peccato più taciuto e meno riconosciuto è quello di omissione. Si diceva già da un paio di secoli, paludandosi di patriottismo: «Prima gli italiani». Dove sono i figli degli sloveni fuggiti dalla Slavia? Sempre l’Istat ci indica i perché e i come di fondo: nella seconda metà del 1900 si è verificata unanetta proporzionalità tra la crescita demografica ed economica della fascia pedemontana udinese e la decrescita della zona montana, dicasi Valli del Natisone. E se oggi c’è una comunità quasi del tutto priva di prospettive a lungo termine, la più depressa e abbandonata a sé stessa, è quella riconosciuta come slovena. Ci sarà un perché! È di tutta evidenza che la maggior parte della popolazione «già» slovena della provincia di Udine, non risiede più sul territorio d’origine, ma è dispersa a migliaia nelle città e nei paesi della pianura oltre che in ogni parte del globo. Secondo alcune ricerche, diecimila persone hanno origini (culturali) slovene nella sola città di Udine, dove la storia dell’influente «Confraternita di San Girolamo » testimonia la presenza di una folta e fiorente comunità slovena fin dal Medioevo. Del resto tanti vogliono conservare o recuperare, far crescere e tramandare alle giovani generazioni l’identità slovena, a partire dalla lingua. Da qui il successo dei corsi di sloveno per bambini e adulti promossi in città dal «Gruppo di San Girolamo-Sloveni a Udine» dell’associazione «don Eugenio Blanchini».

Quante volte l’ho affermato in dibattiti e convegni, già dai tempi in cui si dibatteva sui termini sostanziali della legge di tutela in discussione alla fine del secolo scorso che una tutela della minoranza slovena oggigiorno non dovesse limitarsi al solo territorio di insediamento storico. Se la maggioranza degli sloveni ex valligiani non vive più sul territorio tradizionale non vuol dire che sloveni non lo sono più. L’identità è personale e dovunque dovrebbe essere riconosciuto il diritto di preservarla permettendo di ricostituire organismi per poterla mantenere e ricrescere dove è conculcata. Non si può più giocare politicamente al ribasso dopo aver portato deliberatamente allo sfacelo demografico, economico e sociale una comunità minoritaria come la nostra; dopo averla dispersa e svilita, condotta a vergognarsi del proprio stato e delle proprie origini, speculando sull’identità individuale e di gruppo.

Mi verrebbe da dire, visto che oggi la situazione italiana, per lo sfacelo globale da Covid-19, potrà contare su un consistente aiuto economico europeo, dovrebbe poter permettere una svolta in questo settore, magari permettendo a chi può ascriversi a minoranze linguistiche riconosciute come quella nostra slovena, specifici sgravi fiscali, o contributi per il ritorno ai propri paesi natii, permettendo di recuperare il valore intrinseco anche economico della fascia montana confinaria. (Riccardo Ruttar)

V tem članku Riccardo Ruttar analizira demografski padec v Benečiji. V prejšnjih desetletjih se je mnogo beneških Slovencev izselilo v kraje na furlanski nižini ali v tujino.

Hkrati se zadnja desetletja v družinah rodi manj otrok. Seveda to prispeva tudi k asimilacijskemu procesu slovenske manjšine.

Na koncu Ruttar predlaga davčna olajšanja za naše ljudi ali prispevke, da bi jih spodbudili k vrnitvi v rojstne vasi. Tako naj bi tudi podpirali gorska območja.