È un suicidio rinunciare all’autonomia

 
 
Chi si ricorderebbe di Drenchia la domenica che nevica? Non certo il comune di Cividale, né quello di Manzano o quello di Remanzacco. Nemmeno quello di Torreano! Basta dire questo per demolire come un castello di carte le argomentazioni portate da Paolo Marseu (cfr. la lettera riportata a pag. 7) a sostegno della scandalosa proposta di trasferire al Comune di Cividale del Friuli le competenze della Comunità montana, nonché di entrare nell'area vasta del Cividalese per la gestione dei servizi.
Negli ambienti politici locali era risaputo che l'ispiratore del documento indirizzato al presidente della Regione, Renzo Tondo, fosse proprio il sindaco di Torreano: gli altri primi cittadini sono andati al traino, magari senza aver riflettuto abbastanza sulla reale portata e sulle conseguenze di quanto firmavano.
Ma ora è lo stesso Marseu a svelare a chiare lettere l'intento di rivalsa personale che sta alla base della richiesta: i pochi finanziamenti assegnati al suo Comune dall'ente sovracomunale. Una scelta logica, quella di limitare le sue pretese, considerato che Torreano ha ben poco di realmente montano e dal punto di vista socio-economico nonché demografico se la passa alla grande rispetto alle municipalità delle valli vere e proprie.
Qui sta il punto della questione. Già ai tempi della comunità “Valli del Natisone” i territori non montani cercavano di accaparrarsi le risorse destinate allo sviluppo delle aree in quota e il cattivo vezzo è continuato. Ora la sindrome del Robin Hood a rovescio, cioè del rubare ai poveri per dare ai ricchi, troverebbe la definitiva consacrazione assegnando a Cividale competenze, risorse e, presumibilmente, patrimonio della Comunità montana. Ci si chiedeva già quale titolo avesse la città ducale per stare negli enti “Valli del Natisone” prima e “Torre, Natisone, Collio” poi, ma di assegnarle potere di vita o di morte sulla montagna non era passato mai per la testa a nessuno.
Certo, la bozza della Giunta regionale è da rabbrividire e lo stesso Tondo l'ha ripudiata. Però rifiutare pregiudizialmente la rinascita della comunità montana “Valli del Natisone”, magari aggiungendovi i comuni di Taipana e Lusevera, nonché la parte in quota di Faedis, Attimis e Nimis, da parte dei sindaci è un atteggiamento stolto e suicida, in quanto significa rinunciare ad ogni autonomia e peso politico.
Fin qui i risvolti politico-amministrativi. Ma non è affatto meno rilevante la questione culturale. Ogni sindaco è tenuto a conoscere la storia della comunità che guida, altrimenti non può essere in grado — e i fatti purtroppo lo dimostrano — di amministrare efficacemente il presente e programmare il futuro. E, con buona pace di Marseu, il consenso elettorale non cancella l'incultura né esime dall'aprire i libri.
Chi è acculturato, dunque, sa che l'autonomia delle Valli del Natisone ha radici profonde. L'autogoverno, non solo amministrativo, ma anche giudiziario e militare, risale ai tempi dello stato patriarcale di Aquileia e fu mantenuto sotto la Serenissima. Venezia per secoli difese i nostri avi proprio dalle angherie dei cividalesi, bramosi di annientare gli “antichi privilegi”. Proprio in virtù di questo le nostre terre vengono dette Slavia veneta o “Benečija”, cioè territorio di Venezia (Benetke, in sloveno), e i nostri antenati quasi 150 anni fa hanno scelto di far parte del Regno d'Italia.
Al periodo delle “banche” e dell' “arengo” si sono rifatti anche gli amministratori locali, come ha ricordato in un'intervista al nostro giornale l'ex leader democristiano Giuseppe Romano Specogna, nel fondare negli anni Sessanta del secolo scorso la “Pro Valli” e poi la “Comunità delle Valli” allo scopo di promuovere lo sviluppo turistico del territorio e di assicurare alla popolazione i servizi che i comuni non riuscivano a garantire singolarmente.
Naturalmente, alla radice dell'essere comunità delle Valli del Natisone c'è in primo luogo l'identità etnico-linguistica slovena, che ne fa una realtà unica per il Friuli e per l'Italia intera. La politica nazionalistica, purtroppo, ha portato a considerare questa particolarità alla stregua di una macchia da cancellare. Né i piani di assimilazione dei primi decenni del Regno né il fascismo con le sue violente proibizioni sono riusciti nell'intento di cancellare la parlata slovena. Allora qualcuno ha pensato di svuotare fisicamente il territorio negli “anni bui” del secondo dopoguerra servendosi anche di formazioni paramilitari segrete. I loro esponenti locali, la gran parte in buona fede esclusi capi e capetti, convinti di difendere un'appartenenza all'Italia mai davvero in discussione, hanno in realtà compiuto un “etnocidio”, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.
La rinuncia a una pur minima autonomia, certificata dal documento inviato dai primi cittadini a Tondo, di conseguenza suona come colpo di grazia a una comunità dalla marcata identità e dalla storia nobile. C'è da sperare sia fatta in buona fede, almeno per potersi appellare all'evangelico «perdona loro, perché non sanno quello che fanno».
Un'ultima domanda dobbiamo rivolgere a Marseu e colleghi. I cittadini delle valli erano a conoscenza che nei piani dei loro sindaci ci fosse la svendita in saldo delle Valli del Natisone a Cividale? Non ci ricordiamo di averlo letto in nessun programma elettorale!

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