18 Marzo 2019 / 18. marec 2019

Senza fede in Dio ci si abbandona al destino
Kdor ne veruje v Boga se predaja usodi

Mi ha particolarmente colpito l’articolo del prof. Igor Jelen, sullo scorso numero del Dom, la sintesi del quale si trova nel titolo «Questo non è un Paese par bambini». Tenendo per buone le sue osservazioni storiche e sociologiche, è nostro obbligo tentare anche una lettura sotto il profilo religioso, ma tenendo ben presente la nostra storia e le vicende che riguardano soprattutto l’emisfero boreale, il nostro, compattamente cristiano ed economicamente evoluto. Sembra però che il connubio benessere e vita cristiana sia giunto alla separazione, se non proprio al divorzio, se notiamo che il nostro emisfero vive allegramente la più grave crisi cristiana degli ultimi tre secoli. Fermandoci al Friuli, notiamo che si distingue fra le Regioni con maggiore denatalità e nello stesso tempo con accertato abbandono della Chiesa. Non so, se le due cose si richiamino a vicenda, ma intanto le constatiamo. Di questo passo il futuro della fede e del suo influsso benefico sulla società sono ricordi del passato e miseria del presente. Mi viene in mente quanto diceva il meridionalista Giustino Fortunato, docente universitario a Napoli negli anni ’50 del secolo appena trascorso. Mostrando al giornalista Montanelli le colline spoglie che circondavano il paesaggio campano, osservava che quello era il risultato della mancanza di fede degli abitanti e soprattutto di una fede misticamente ispirata. Senza fede in Dio, diceva, non si piantano gli alberi dove le capre hanno brucato tutto e ci si abbandona al destino. Ampliando il discorso, possiamo dire che senza questa fede, nutrita di amore, non si comunica la vita, ma la si tiene egoisticamente per sé. Non è un caso che i movimenti di rinnovata spiritualità cristiana puntano tanto sulla procreazione, magari con qualche esagerazione di troppo, ma hanno colto nel segno: la fede genera vita e la diffonde, secondo quel grande principio noto nell’antichità: l’amore si comunica e si diffonde. Una questione particolare riguarda la Benecìa. Qui sono venute meno le premesse. L’esodo disastroso che ha svuotato i 2/3 dei nostri paesi non può permettere una ripresa demografica, anche con le migliori intenzioni, perché i rimasti sono nell’età di Zaccaria ed Elisabetta, genitori di Giovanni Battista, e non c’è intervento dall’alto che li possa rendere fecondi. È inutile piangere sugli errori del passato che hanno svuotato le nostre terre, quanto piuttosto puntare su un ritorno, reso possibile e solo da creazione di lavoro sul territorio. Cosa non impossibile, come pure una ripresa della fede da parte dei giovani, perché non vada persa la straordinaria eredità che le generazioni passate ci hanno tramandato. (Marino Qualizza)

V uvodniku, ki je objavljen v Domu z dne 15. marca, odgovorni urednik, msgr. Marino Qualizza, z verskega vidika poglablja vprašanje dramatičnega upadanja rojstev, ki se ga je v prejšnjem Domu lotil prof. Igor Jelen. Velik upad števila prebivalcev povzroča čedalje večje težave pri zagotavljanju osnovnih storitev prebivalstvu in s tem ograža njihov življenjski standard. Nenehno zaostrovanje tega trenda lahko sčasoma sproži negativen razvoj tudi na drugih področjih, na primer turizmu ali hidrogeološki varnosti. »Da bi se ohranilo bistvene alpske značilnosti naseljenega gorskega območja, je treba ohraniti prisotnost lokalnega prebivalstva,« priporoča Alpska konvencija. Predvsem, poudarja prof. Jelen, ne gre nikoli pozabiti, da so naša prihodnost otroci. Temu msgr. Qualizza dodaja: »Brez vere v Boga, ki jo hrani ljubezen, ne podarjamo življenja, temveč ga sebično zase držimo«, in z ozirom na Benečijo zaključuje: »Kdor ne veruje v Boga, se predaja usodi.«