Il ddl presenta problemi di costituzionalità

 
 
Il disegno di legge per il riordino dell’ordinamento locale in territorio montano, approvato dalla giunta regionale il 19 maggio scorso, presenta evidenti e notevoli problemi di costituzionalità e per questo potrebbe incorrere nella bocciatura da parte del governo subito dopo l’approvazione, o successivamente ad opera della Corte costituzionale. Non ha dubbi il prof. Leopoldo Coen, docente di Diritto amministrativo all’Università di Udine, analizzando il testo che mercoledì 7 luglio è stato presentato all’assemblea dei sindaci della montagna dal presidente Renzo Tondo.
«Alle comunità montane si dovrebbero sostituire le unioni dei comuni montani — illustra il prof. Coen —. Ma non sono gli enti comunali ad aggregarsi secondo i loro interessi e in base ad accordi fra di loro; le unioni sono predefinite dalla legge stessa, sia negli ambiti territoriali sia nel sistema di governo. Il primo aspetto lascia perplessi: la Regione impone ai comuni montani le unioni. Il secondo aspetto ridisegna la “governance”: ci sarà una assemblea costituita dai sindaci ed eventualmente da un rappresentante delle opposizioni in consiglio comunale ma senza diritto di voto. Questo governo delle Unioni dei comuni si appropria praticamente di tutte le funzioni degli enti che vi fanno parte, oltre che delle competenze delle comunità montane, destinate a scomparire».
Insomma, ai comuni come li conosciamo adesso rimarrebbe ben poco…
«Poco o niente. E questo è un problema. Il dettato costituzionale che parla dei comuni come elementi costitutivi della Repubblica e la giurisprudenza costituzionale per come si è espressa sulle competenze dei comuni sono molto chiari. Il legislatore statale o quello regionale che ha competenze primarie come nel caso del Friuli-V.G. può intervenire a disciplinare e ad individuare le funzioni dei comuni, anche in ragione della loro adeguatezza dimensionale, ma non può mai ridurre tendenzialmente a zero i loro poteri e funzioni, altrimenti si porrebbe in contrasto con gli articoli 117 e 118 della Costituzione. C’è un nucleo di funzioni basilari che deve rimanere agli enti locali che non può venire a mancare del tutto».
Quindi questo disegno di legge, se approvato così com’è, è destinato ad avere censure di carattere costituzionale?
«Non lo escludo affatto. In questo assetto i comuni non perdono solo delle funzioni, ma anche e totalmente l’autonomia organizzativa perché non avranno più personale proprio, che verrà trasferito all’Unione di comuni. I sindaci come potranno svolgere la loro funzione di governo? Secondo il testo unico delle autonomie locali, inoltre, l’organizzazione del personale spetta al comune, sulla base di un regolamento di giunta che rispetta gli indirizzi dettati dal consiglio comunale. In base a quali indicazioni la nuova assemblea dei sindaci disporrebbe del personale trasferito all’Unione dei comuni? Mi sembra che ci troviamo di fronte ad un testo scritto in maniera molto frettolosa, che non solo può avere problemi di costituzionalità ma che sarebbe pure di difficile applicazione concreta».
L’assemblea poi si esprime col voto ponderale, quindi con un forte peso da parte dei comuni più grandi e popolosi, e il potere esecutivo è concentrato interamente in un presidente. Che fine fanno i necessari equilibri democratici?
«Per la verità lo Statuto dell’unione può stabilire che non sia applicato il voto ponderale. Ma è anche vero che lo Statuto deve essere approvato prima, col voto ponderale, dall’assemblea dei sindaci. Insomma i due comuni più grossi, tendenzialmente di fondovalle, decidono per tutti gli altri».
Quale sarebbe il giusto approccio?
«Troppo spesso si confondono due piani diversi. Siamo abituati ultimamente a sentire parlare dei comuni come di erogatori di servizi ai cittadini. Ma prima di tutto il comune è la prima sede, quella più prossima al cittadino, di rappresentanza del pluralismo politico. Per migliorare l’efficienza della macchina comunale non ha nessun senso porre mano ai meccanismi di rappresentatività politica. Non è certo l’indennità del sindaco o del consigliere del piccolo comune che pesa sui costi della politica. Si possono mantenere i presidi politici in tutti i comuni, anche piccoli, con consigli comunali numerosi, e questo non disturba. Quello che va organizzato è un collegamento tra le diverse organizzazioni amministrative, che non riescono a stare in piedi da sole. Un assessore di un comune di montagna non può pretendere di avere un apparato amministrativo alle sue esclusive dipendenze. Vanno favorite le forme associative tra comuni per raggiungere dimensioni efficienti e l’affidamento di servizi ad aziende esterne. E invece la legislazione regionale di settore è fortemente carente. E per l’organizzazione delle autonomie locali siamo costretti a usare il testo unico statale, mentre la Regione avrebbe i poteri per approvarne uno “ad hoc”».
Però di unioni, associazioni e convenzioni se ne sono viste diverse negli ultimi anni. Ma sono rimaste operazioni di facciata…
«La Regione ha fatto finta di incentivarle. Si è consentito agli amministratori locali di utilizzare queste forme in modo opportunistico, solo per ottenere i relativi finanziamenti ma senza investire in esse nulla in termini di reale volontà politica. Insomma, si diceva, anche se fai una finta-quasi-unione di facciata i soldi te li do lo stesso. E la componente burocratico-amministrativa, che vede ogni cambiamento molto faticoso, ha fatto il resto. Ora bisogna cambiare passo. E non basta una legge. Va fatto un duro lavoro politico sull’organizzazione amministrativa, inducendo comportamenti virtuosi anche con operazioni forti e impopolari, senza però intaccare la rappresentatività politica effettiva dei piccoli comuni e la loro capacità progettuale e programmatoria di pensare al futuro di quelle collettività».

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