13 dicembre 2011 / 13. december 2011

150 anni di storia tormentata
ripercorsi a San Pietro

Come reagirono gli abitanti della Slavia friulana ai movimenti risorgimentali? Quali aspettative avevano riposto nel dominio italiano? Di questo e molto altro hanno parlato, sabato 3 dicembre nella sala consiliare di San Pietro al Natisone, davanti ad un folto pubblico, i relatori del Convegno storico a 150 dall’unità di Italia, organizzato dal locale Istituto per la cultura slovena.

Il professor Branko Marušič, storico dell’Accademia delle scienze e delle arti di Lubiana (Sazu), ha ricordato che l’attenzione dell’Italia nei confronti delle popolazioni definite generalmente «slave», termine che si riferiva in particolare ai vicini territori sloveno e croato, già alla fine del XIX secolo era uno dei punti principali del programma del risorgimento italiano.

Il dominio italiano nelle Valli del Natisone inizialmente era ben visto. «Questo territorio – ha ricordato Marušič – è sempre stato avverso al dominio austriaco, già dai tempi della pace di Campoformido (1797), perché era responsabile di aver distrutto l’autonomia di cui questa regione aveva goduto durante il dominio della Repubblica di Venezia». Per gli abitanti di questa zona l’Italia, che veniva identificata con Venezia, avrebbe ripristinato gli antichi privilegi. Per questo motivo, gli anni che preludono alla seconda guerra austro-piemontese, nelle Valli si aprono all’insegna della fiducia nei confronti dell’Italia.

«Nella Slavia e in generale in tutto il Friuli, sono soprattutto i sacerdoti – ha affermato Liliana Ferrari dell’Università di Trieste – a sostenere e a guidare il movimento risorgimentale italiano. Non possiamo fare a meno di rcordare personalità come quella di Pietro Podrecca, che aveva composto i versi “Predraga Italija, preljubi moj dom” (Mia amata Italia, mia amata patria) e quella di don Michele Muzzig, cappellanno di Tercimonte, don Stefano Domenis, che parteciperà alla difesa di Venezia, e don Giuseppe Blanchini».

L’adesione dei sacerdoti ai movimenti risorgimentali è un paradosso nel quadro generale dei moti rivoluzionari del 1848. Ma, come ha ricordato lo storico Toma¡ Simčič, furono proprio i movimenti popolari-anticlericali a fare in modo che la parlata slovena venisse emarginata e in seguito perseguitata e proibita, in nome dell’unità nazionale.

Dal 1866 in poi, una volta annessa la regione al Regno d’Italia, la normale attività di predicazione, catechismo e diffusione di libri di preghiera da parte dei sacerdoti fu considerata come un atto sovversivo nei confronti dello stato, solo perché avveniva in una lingua diversa da quella italiana. Nel proclama del 1866, che uscì sotto il titolo «Gli slavi in Friuli», il Giornale di Udine scriveva: «Questi Slavi bisogna eliminarli, ma col benefizio, con progresso e colla civiltà». Fu in questo momento che il clero divenne il difensore ufficiale della cultura e delle tradizioni popolari, e, in generale, delle popolazioni più emarginate e povere.

Lo stesso copione si ripeté, quasi un secolo dopo, durante il periodo fascista, quando si cercò di nuovo di sradicare la lingua e le tradizioni slovene di questa zona. Scriveva Simon Rutar: «Gli sloveni della Benecia sono molto devoti e sinceramente docili nei contronti della Chiesa cattolica. I sacerdoti hanno saputo popolarizzare la chiesa e imprimerle un chiaro carattere nazionale».

«Ma l’anelito degli abitanti delle Valli del Natisone all’autogoverno nel rispetto della loro identità – ha sottolineato lo storico Giorgio Banchig – veniva clamorosamente frustrato da quell’Italia, in cui avevano riposto speranze, per la quale avevano combattuto. Mai tanta fiducia fu così brutalmente tradita».

E la gente? Come recepì questa tempesta? Scriveva Ivan Trinko: «La gente povera e semplice non si è neanche resa conto che da un giorno all’altro divenne così importante e pericolosa per lo stato. (…) La gente era divenuta una sorta di vittima sulla cui testa gli avversari volevano scaricare quanto non potevano fare altrove».

 

Ilaria Banchig